Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 24 settembre 2014

Fare il "watchman" a Chaaria

Siamo un gruppo di persone quasi invisibile, ma certamente molto importante per la missione. Potremmo dire che siamo gli incaricati della sicurezza: questo è infatti il nostro compito principale, di giorno e di notte.

Di notte facciamo la ronda ad ore prefissate e ci occupiamo di aprire e chiudere il cancello dell’ospedale quando arriva qualcuno: dovete infatti sapere che siamo un pronto soccorso ed una maternità, e quindi siamo aperti ventiquattr’ore al giorno.

Far entrare i pazienti di notte è il compito più delicato: nel 2004 era successo che alcuni uomini erano stati  accolti dal guardiano che li aveva visti portare una barella di frasche su cui giaceva una persona apparentemente incosciente. Lui aveva aperto in buona fede e tutti erano entrati, ma, una volta dentro, hanno tirato fuori le armi, hanno imprigionato gli infermieri ed hanno rubato i soldi della missione.

Oggi siamo molto più cauti e lasciamo entrare solo il malato ed al massimo un accompagnatore. Se si tratta di un’ambulanza, verifichiamo fuori del cancello che davvero porti un degente, e poi apriamo la missione.

Il nostro è un lavoro rischioso e carico di grandi responsabilità: dalle nostre decisioni dipende la sicurezza di più di 200 persone ogni notte. Per scelta della missione, non siamo armati, come invece accade altrove. Portiamo con noi solo un pesante bastone ed il telecomando dell’allarme che suona non solo nella missione ma anche nel posto di polizia di Chaaria.


Un’altra mansione non meno importante di notte è quella di prevenire che i ricoverati scappino dall’ospedale: è un evento piuttosto frequente. A volte si tratta di persone con qualche problema mentale (per lo più pazienti psichiatrici o con postumi di malaria cerebrale); in altri casi invece siamo di fronte a gente che scappa ad occhi aperti per evitare di pagare il pur basso conto dell’ospedale. 
La ragione per cui è importante che noi non li lasciamo fuggire è prima di tutto legata alla sicurezza (non tanto al fattore economico): è infatti successo una volta che un vecchio arteriosclerotico sia riuscito a passare attraverso le maglie della nostra sorveglianza e sia uscito di notte saltando la rete di recinzione, solo per finire sbranato da un branco di cani randagi non molto lontano dall’ospedale.

Ma non siamo solo dei guardiani! Ci occupiamo infatti anche delle mucche e siamo noi a seguirne il parto e le eventuali complicazioni nel caso che un vitello venga al mondo nelle ore notturne.

Siamo poi responsabili dell’inceneritore dei rifiuti ed accompagnamo Fr Giancarlo in ambulanza ogni volta che lui deve uscire per raccogliere un malato che non riesce a camminare... sarebbe infatti troppo rischioso per lui uscire da solo!

Di giorno invece i nostri compiti sono molto diversificati .

Certo la sicurezza rimane parte integrante delle nostre mansioni: da questo punto di vista la cosa che può succedere più sovente è che qualche paziente psichiatrico crei confusione o diventi violento in sala d’aspetto. Entriamo quindi in azione noi per difendere gli altri clienti ed il personale dell’ospedale.

Siamo poi i responsabili del normale flusso di utenti dell’ospedale. Li accogliamo, ascoltiamo da loro la ragione per cui sono afferiti alla nostra struttura e li invitiamo a rispettare pazientemente la “coda”.

Abbiamo anche la responsabilità del primo “triage”: è vero che non siamo infermieri, ma sta a noi renderci conto se un malato è gravissimo e quindi deve avere la precedenza assoluta; siamo anche coloro che accolgono al cancello con una carrozzina o una barella i malati troppo gravi ed incapaci di camminare.

Il nostro compito è quello di trasportare immediatamente questi “codici rossi” nell’ambulatorio dove sempre c’è un infermiere od un clinical officer disponibile per l’ emergenza.

Ma il nostro ruolo di triage non si ferma qui: parlando con la gente che arriva e sentendo da loro quali siano i loro bisogni, siamo anche in grado di formare linee diverse di attesa: si creerà così una coda che va direttamente in laboratorio analisi, se la persona era venuta per degli esami di controllo; un’altra sala di attesa si formerà quindi per il dentista, per il medico, per la gastroscopia, per l’ecografia, per l’ambulatorio HIV/TBC, per la clinica antenatale e di vaccinazione dei bambini, ecc.

Parlando con la gente siamo anche in grado di aiutare coloro che afferiscono a noi per altri motivi: ci sono i fornitori che vogliono parlare con fr Giancarlo, i rappresentanti del governo che spesso capitano qui senza preavviso  per supervisioni o ispezioni, i parenti dei Buoni Figli, ecc. Per tutti costoro  noi siamo anche l’ufficio informazioni dell’ospedale, e cerchiamo di dirigerli là dove intendono andare.

Il nostro lavoro più difficile è però quello di mantenere l’ordine: la gestione delle masse non è mai semplice, perchè tutti vogliono saltare la coda ed essere serviti per primi. Aspettare per ore ed ore non piace a nessuno! I più arroganti allora urlano e si lamentano; spesso addirittura ci insultano, ma noi dobbiamo tenere i nervi saldi perchè, se ci scappa la pazienza e diciamo una parola rude ad un cliente, questo andrà a spandere la voce in giro per il mondo ed il buon nome dell’ospedale ne sarebbe gravemente danneggiato.

Durante l’orario di visita nei reparti dobbiamo essere doppiamente all’erta, sia perchè spesso i malati scappano travestiti da civili proprio in quei momenti, sia perchè questo è il tempo in cui avvengono moltissimi furti in ospedale. Quando i parenti arrivano, chiediamo loro di consegnarci tutte le borse e di lasciarle appese in un’apposita rastrelliera finchè usciranno dall’ospedale, in quanto ci siamo accorti che è proprio attraverso le borse dei loro cari che tanti malati ottengono i vestiti “civili” con cui si camuffano tra la folla e lasciano l’ospedale in incognito. Inoltre le borse dei visitatori servono anche per derubarci di pannolini, pigiami e traverse, sapone e carta igienica. Durante l’orario di visita siamo supportati  da un poliziotto armato perchè è già successo che malviventi abbiano attaccato la cassa dell’ospedale proprio in quell’orario  così caotico e confuso.

Siamo ancora noi poi che accompagnamo i familiari dei defunti all’obitorio il giorno del funerale e consegnamo loro la salma della persona amata. Siamo infatti pure i responsabili del mortuario, di cui gestiamo la pulizia, la sala settoria per le autopsie e le celle frigorifere.

Quando poi la giornata in ambulatorio si conclude verso le 18.30, è nostro compito quello di spazzare e lavare la sala d’attesa mentre aspettiamo i colleghi della notte che iniziano il turno alle ore 19.

Come vedete, siamo figure polivalenti pur se nascoste; anche noi contribuiamo in modo significativo a quel grande ideale di servizio e di donazione all’umanità, che a Chaaria dura 24 ore al giorno, per sette giorni alla settimana.

Fr Beppe Gaido

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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