domenica 19 ottobre 2014

La giornata missionaria mondiale

Oggi è la giornata missionaria mondiale, e quindi sentiamo che oggi è un po’ anche la nostra festa. E’ la festa dei missionari.
Molti spesso mi chiedono che cosa significa che sono un “Fratello”.
Tento una risposta, anche se so che sarà molto parziale.

La nostra vita si puo’ sintetizzare in una frase: noi siamo consacrati a Dio nel servizio dei piu’ poveri.
Consacrati significa “messi da parte per Lui”: ecco perche’ non ci facciamo una famiglia. Ecco perche’ possiamo essere inviati in qualunque parte del mondo: esattamente perche’ Dio nessuno ce lo puo’ togliere. Ce lo portiamo nel cuore dovunque andiamo... e ci proponiamo di vivere con Lui e per Lui.
E dove lo troviamo il Dio a cui abbiamo dedicato la vita? Certamente nella preghiera, nella Sacra Scrittura, nei Sacramenti e soprattutto nell’Eucarestia. 
Ma c’e’ un luogo sacramentale particolarmente importante per noi Fratelli del Cottolengo: i poveri. 
Essi per noi sono la presenza concreta di Dio. Stando con loro, mettendoci al loro servizio, noi possiamo stare con il nostro Signore, servirlo, e contemplarlo.
Ecco perche’ penso al Fratello Cottolenghino soprattutto come ad un contemplativo, anche se lavora come un disperato dal mattino alla sera: noi abbiamo la possibilita’ di avere Gesu’ tutto il giorno nelle nostre mani. Sta a noi decidere se dargli le briciole, o se seguire l’indicazione del Santo Cottolengo a “sacrificare la salute, ed anche la vita per Cristo che vive nei poveri e nei sofferenti”.



Ecco un’altra definizione della nostra vita: separati e totalmente dedicati al Signore che soffre anche oggi nei piccoli; a loro donati fino al “sacrificio della nostra vita”.
Questo e’ un ideale altissimo che richiede costante grazia e forza dall’Alto: ecco perche’ il Cottolengo ci ricorda che la preghiera e’ il primo e piu’ importante lavoro della Piccola Casa... una preghiera che inizia in cappella, ma che si estende lungo tutto l’arco della giornata al letto di chi soffre.
Vi chiederete cosa significa il nostro nome: perche’ ci chiamiamo Fratelli?. Mi sembra di poter rispondere in tre tempi: noi siamo Fratelli di Gesu’, Fratelli tra di noi, e Fratelli dei poveri.
1) Fratelli di Gesu’, che desideriamo imitare; a cui vogliamo somigliare; i cui insegnamenti intendiamo seguire alla lettera (pur con i nostri limiti di creature ferite dal peccato).
2) Fratelli tra di noi: infatti la nostra vocazione ci chiama a vivere insieme, a condividere tutto quello che abbiamo, a testimoniare che la fraternita’ e’ possibile, anche tra persone di eta’, cultura, razza ed estrazione sociale molto diverse.
3) Fratelli dei poveri, che facciamo entrare nella nostra vita e che sentiamo parte di noi. Non solo fruitori dei nostri servizi, ma membri della nostra famiglia.
Credo siappiate poi che i Fratelli hanno tre voti:
a) La castita’ ci chiama ad un amore puro ed universale, che mette Dio al primo posto, ed in lui ama il prossimo senza misura, senza secondi fini, e senza i limiti che una famiglia umana imporrebbe: come farebbe un Fratello ad essere disponibile 24 su 24 se dovesse sempre pensare ai figli ed alla moglie che ha lasciato a casa? Come potrebbe accettare un cambio di Continente per andare a servire Gesu’ nei poveri?
b) La poverta’ ci libera dal desiderio di possedere e di accumulare, e ci porta a considerare che tutto quello che abbiamo appartiene ai poveri e deve essere utilizzato per il loro bene. La poverta’ ci salva anche dalla superbia, perche’ noi non possediamo neppure gli altri: per cui un Fratello presuntuoso, arrogante, dittatore e possessivo nei confronti del prossimo, certo gia’ manca al voto.
c) L’obbedienza ci inserisce in un progetto che e’ comunitario; ci ricorda che “annunziare la Buona Notizia” ai poveri non e’mai l’affare di un singolo, ma e’ sempre un lavoro di gruppo, che necessariamente va coordinato e guidato per evitare la dispersione. Obbedienza e’ anche accettare di morire al nostro punto di vista per accogliere la croce che ci deriva dal sottoporci a decisioni che magari ci fanno soffrire... E perche’ tutto questo?
Siamo dei sado-masochisti?
Niente affatto!
Anche qui si tratta di quella imitazione di Cristo che e’ il centro della nostra vita. Gesu’ ha salvato il mondo rinunciando alle proprie paure ed alla propria volonta’, e, nell’obbedienza, ha bevuto il calice amaro della sofferenza. Se noi siamo suoi discepoli, immamorati di lui, possiamo forse seguire una strada diversa?
Ecco la nostra missionarieta’: portare ai piu’ poveri la Buona Notizia che Dio e’ Padre, che si prende cura di loro con tenerezza; che ha mandato noi come suoi messaggeri. Diventare loro Fratelli,ed insieme come comunita’, cercare di alleviare le loro pene. Chiedere ogni giorno a Gesu’ di darci la forza per riconoscerlo in chi e’ abbandonato, e per non tradirlo con le nostre incoerenze.
Siamo dunque dei predicatori del Vangelo?
Io credo proprio di si’. Predichiamo il Vangelo in modo silenzioso e concreto, con una vita spesa quotidianamente per il Signore e per il prossimo. Predichiamo con la vita, con le mani e con il sudore della nostra fronte, più che con le parole.
Con questi pochi pensieri, auguro a tutti una buona giornata missionaria.
Pregate per noi e per tutti i poveri del mondo.
In questo momento preghiamo soprattutto per le nazioni affette dall’ebola, per tutti coloro che sono morti a causa del virus e per tutti quelli che hanno perso le persone più care in questa tremenda epidemia che non accenna ad autolimitarsi.


Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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