giovedì 23 ottobre 2014

Le ustioni - Njagi

Sono per noi una delle emergenze più frequenti ed insieme più scoraggianti.
Sovente ci troviamo di fronte a bambini ustionati molto profondamente e su estese percentuali della superficie corporea.
Le ustioni sono sempre da considerare casi con prognosi molto riservata, soprattutto in età pediatrica.
Le prime ore dopo il ricovero sono quelle in cui il nostro compito è rianimare i pazienti che rischiano di morire a causa dello shock e della disidratazione: si tratta quindi di somministrare dosi eroiche di infusioni endovenose elettrolitiche, sempre bilanciando il fabbisogno idrico con il rischio di sovraccarico.
Altro punto basilare è poi lottare contro le infezioni che sono sempre alle porte, avendo l’ustione aperto delle ampie superfici corporee all’ingresso dei germi: ci dobbiamo affidare agli antibiotici e sovente ad ampie toelette chirurgiche con rimozione del tessuto necrotico.
La medicazione quotidiana della zona ustionata è spesso un calvario di dolore fisico per il malato e di stress psicologico per l’infermiere. 
E’ infatti angosciante dover medicare ogni giorno un bambino che urla disperato per almeno mezz’ora durante le tue azioni cliniche; un bambino che poi impara rapidamente quello che gli farai anche l’indomani e che quindi inizia a piangere ancora prima che tu entri in camera. Tu sei il cattivo che provoca dolore,  e non c’è modo che tu ti possa avvicinare senza suscitare le sue grida. Il paracetamolo e quel po’ di valium che pratichiamo preventivamente prima della medicazione aiutano onestamente ben poco a calmare il dolore.



Ma il tracollo delle condizioni cliniche di un ustionato può capitare in ogni momento, anche se tutto è stato fatto secondo i canoni della medicina.
Non è infrequente il caso di una inaspettata insufficienza renale acuta, causata dalla lisi muscolare secondaria all’ustione: non te la aspettavi perchè eri stato tempestivo ad idratare il malato, e quindi pensavi di aver protetto i reni dal danno ischemico, ma poi vedi il paziente morire rapidamente per un danno renale che non avevi potuto prevenire.
Con un altro bambino ci è successa una cosa ancor più tremenda: eravamo contenti dei suoi miglioramenti e stavamo per dimetterlo, ma improvvisamente è andata su la febbre (fino a 39.5); è iniziata la diarrea; quindi il piccolo è sceso pian piano in uno stato di obnubilamento sempre più profondo. Lo abbiamo lasciato alle 22, dopo l’ultimo giro serale, in condizioni relativamente stabili... ma al mattino con costernazione abbiamo saputo che era morto. Pensiamo si sia trattato della sindrome tossiemica che tutti temiamo perchè non ci possiamo fare davvero niente.
Un altro bambino piccolo aveva delle ustioni superficiali sulla guancia, dopo che, in seguito ad una crisi epilettica durante il pasto, era stato per qualche attimo con la faccia nel porridge bollente. Ci sembrava una bruciatura superficiale e riguardante un’area limitata della superficie corporea.
Purtroppo però, in quegli attimi di incoscienza post-comiziale il piccolo aveva inalato vapori bollenti che esalavano dal cibo appena servitogli, ed in meno di 24 ore ha sviluppato un edema mostruoso della faccia e delle vie aeree. Per salvargli la vita abbiamo dovuto intubarlo!
E che dire delle contratture che spesso deformano la parte affetta anche se noi ce l’abbiamo messa proprio tutta con le medicazioni, con le posture preventive e con la fisioterapia. Abbiamo avuto casi di sindrome compartimentale dopo ustione circonferenziale degli arti, ed abbiamo dovuto fare delle escatotomie decompressive.
Altri nemici sono poi i cheloidi e le cicatrici ipertrofiche che lasciano marchi indelebili sui nostri pazienti. Per non parlare del fatto che le ustioni profonde distruggono lo strato cutaneo contenente i melanociti, per cui la guarigione avviene comunque senza ripresa del colore normale della pelle; pensate ad una giovane bambina con una ustione profonda del volto: anche se guarisce completamente, avrà un danno cosmetico tremendo e permanenete.
In conclusione posso dire che le ustioni sono delle  condizioni patologiche veramente scoraggianti, che richiedono mesi e mesi di ricovero, che ci impegnano anche emotivamente fino allo stremo, e che a volte purtroppo non riusciamo a risolvere come vorremmo, o perchè perdiamo comunque il paziente, o perchè le complicazioni a lungo termine si instaurano ugualmente, nonostante tutti i nostri sforzi.
Con un buon numero di pazienti però abbiamo avuto anche dei successi, e Njagi (nella foto) ne è un esempio eclatante: aveva un’ustione di secondo-terzo grado che coinvolgeva quasi il 50% della superficie corporea, ma alla fine lo abbiamo rimandato a casa contento e ristabilito...e, cosa non da poco, non abbiamo chiesto alla mamma nemmeno uno scellino, perchè sapevamo che la famiglia era davvero povera.


Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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