lunedì 6 ottobre 2014

Un tramonto che mi parla di Dio

Cammino lento verso la comunita’ dopo una giornata difficile.

Sono ormai le 18.30 e vengo attirato dal cielo, che si e’ fatto rosso fuoco. Ha un colore eccezionale, e mi fa pensare alla mano di Dio. Il sole e’ una palla di fuoco che sta per precipitarsi al di sotto dell’orizzonte; la natura si copre di nero e tutto pare un gioco di ombre cinesi. Gli uccelli tessitori fanno un baccano della miseria e si affannano a centinaia attorno ai loro nidi, prima del silenzio della notte.

Non so perche’, ma queste meraviglie della natura mi riportano sempre al passaggio del Mar Rosso.




Sulle scale che collegano ospedale e centro Buoni Figli osservo migliaia di ali di insetto. E’ come un tappeto semitrasparente, che ogni giorno spazziamo via ed ogni giorno si riforma. Che strana la creazione, soprattutto dopo una abbondante stagione delle piogge: ci sono miriadi di animaletti volanti, che alla sera popolano l’aria e volteggiano senza stancarsi attorno alla luce elettrica; poi al mattino seguente sono gia’ tutti morti. 

Essi nascono prima del tramonto, e non riescono neppure a vederne un secondo. La vita e’ veramente un mistero: ci sono creature nate solo per morire; ci sono insetti che non hanno sopravvivenze superiori alle 12 ore. Qualcuno mi dice: “sono esseri svantaggiati nella scala evolutiva”, ma a me piace pensare in un altro modo: non e’ il tempo che conta, ma l’intensita’ con cui vivi. 
Anche queste creature sono state pensate da Dio, e la loro esistenza non e’ inutile, come non lo e’ quella del fiore del campo che “al mattino fiorisce, e alla sera e’ falciato e dissecca”.
Guardo ancora il cielo e mi riempio gli occhi per un attimo, prima di ritirarmi in cappella per la preghiera della sera. Sento molto importante pregare. E’ come un motore nascosto, o una sorgente di acqua fresca a cui abbeverarmi.
Ognuno di noi e’ certamente diverso e trova le sue personali motivazioni in cio’ che crede.
Per me la preghiera e’ essenziale. Senza di essa rischierei di fare tutto malamente e di trattare con insofferenza quegli stessi pazienti che sono la mia “stella polare”, la mia vera “ragion di vivere”.

Fr. Beppe





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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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