Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 9 dicembre 2014

Ulcera duodenale perforata

E’ arrivato a Chaaria dieci giorni fa verso le ore 18.
Era stata una giornata piena, ma avevamo finito i pazienti ambulatoriali, ed anche la sala era tranquilla.
Sono stato chiamato in ambulatorio ed ho visto il paziente in posizione fetale su una barella.
Urlava per un dolore lancinante all'addome ed era coperto da perline di sudore gelido.
Gli ho messo una mano sulla pancia e l’ho trovata dura come una tavola di legno.
Ho guardato Makena che era in piedi vicino a me e lei ha subito capito senza che proferissi verbo: “chiamo immediatamente l’anestesista e dico agli altri di non andare a casa”.
Io annuisco e le dico: “assicurati solo che ci sia ancora qualcuno in laboratorio per gli esami d’urgenza e per le prove crociate... entriamo in sala il più presto possibile!”
La nostra macchina dell’emergenza si attiva celermente e per le 18.30 il malato e’ già in sala, addormentato ed intubato.
Mi lavo con Makena e Celina, mentre Mama Sharon e’ assistente di sala non-lavata.
Apriamo l’addome con una vasta incisione xifo-pubica, e la prima cosa che troviamo in cavità peritoneale e’ tantissimo pus.


Il primo lavoro e’ quindi quello di aspirare e di lavare un po’ le anse. Ci mettiamo quindi alla ricerca della perforazione che ha causato tutto quel fluido purulento in addome.
La troviamo quasi subito: come spesso accade, si tratta di un’ulcera duodenale perforata.
Tiriamo un sospiro di sollievo, perchè, tra tutti gli scenari chirurgici possibili, questo e’ uno dei piu’ favorevoli dal punto di vista della tecnica operatoria.
Fortunatamente abbiamo dei buoni retrattori per spostare leggermente fegato e cistifellea; ciò facilita enormemente la recintazione della perforazione e la sutura in due strati.
Abbiamo quindi proceduto all'ulteriore lavaggio della cavità peritoneale ed alla lisi delle aderenze infiammatorie già molto pronunciate a causa dell’abbondante fibrina.
Per le 20.30 eravamo fuori dalla sala.
Il post-operatorio e’ andato bene, anche se in quarta giornata Angelo ha iniziato ad essere violento e confuso... cosa che che ci ha obbligato a sedarlo un po’ dal momento che si tirava via sondini e drenaggi e voleva picchiare tutte le infermiere.
Anche questo episodio psicotico e’ pero’ rientrato completamente.
Angelo e’ oggi una persona normale.
E’ tranquillo, orientato e molto riconoscente per quel che abbiamo fatto per lui.
Ci ha salutato nel pomeriggio ed e’ tornato a casa... appena in tempo per votare.

Fr Beppe Gaido


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