Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 18 dicembre 2014

Un dolore sperimentato troppo spesso

Sono le 22 e sono stanchissimo.
Vorrei andare a letto perchè non ce la faccio proprio più, ma la mia attenzione è attirata da un lamento angosciante che proviene dalla pediatria.
Non posso andare in camera senza passare a vedere come mai quella mamma piange disperata... se lo facessi, i sensi di colpa mi impedirebbero di prendere sonno! Nello stanzone dei bambini trovo già Mercy ed Erah che si prendono cura di un paziente pediatrico di circa 8 anni di età: Mercy ha il fonendo sul torace del paziente e mi guarda con occhio espressivo e triste.
Poi dice alla mamma di prendere il figlio in braccio e di portarlo in ambulatorio: la ragione per cui facciamo questo è in genere di cercare un posto un po' isolato dove poter dare alla mamma la notizia che forse lei già immagina, e cioè che Mercy con il fonendo non ha sentito alcun battito cardiaco.
Quella donna prende in braccio il suo bimbo mentre continua ad urlare disperata, ed a camminare verso il dispensario... all'improvviso però fa una cosa che nessuno di noi si sarebbe immaginato: afferra il figlioletto per le spalle e tenta di farlo stare in piedi.
Lo implora disperata di reggersi sulle gambe, ma queste sono flaccide ed inerti, mentre la testa è riversa all'indietro.


Sono così stanco ed ora anche sconvolto che mi manca la capacità di abbozzare una reazione ad una scena tanto grottesca e inquietante: è stata Erah a prendere l'iniziativa e ad afferrare il paziente, prendendolo lei in braccio ed avviandosi verso l'ambulatorio.
Dare la notizia alla mamma è stato tremendo: lei si disperava ed urlava; gesticolava e sbatteva la testa sul muro, senza prestare la minima attenzione ai nostri tentativi di consolarla.
Il bambino è stato ucciso da una diarrea irrefrenabile che non siamo riusciti a dominare nè con la terapia antibiotica, nè con i fluidi di reidratazione e neppure con lo zinco solfato: la diarrea, questa tremenda malattia che in Africa uccide quasi come la malaria!
Anche oggi purtroppo la giornata si conclude con un decesso, per di più di un bambino: è vero che tanti sono guariti e sono andati a casa; è vero che la lista operatoria era lunghissima e tutti gli interventi sono andati bene... ma queste morti sono come un macigno sul nostro cuore, un peso che tende a farci dimenticare tutti i successi ottenuti durante una giornata piena e faticosissima.

Fr Beppe Gaido


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