Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 18 gennaio 2015

Perchè fate tanti figli?

Mi hanno chiamato alle ore 21 perchè una donna sola giace nella sua baracca in travaglio di parto e non riesce a camminare.
Parto con l’ambulanza e percorro circa 15 chilometri sulla strada sterrata che collega Chaaria a Nkabune, passando per Mbajone.
E’ buio pesto ed incontro solo pochi pedoni che camminano nelle tenebre senza bisogno di una torcia elettrica. 
Mi sono sempre chiesto come fanno a non inciampare ed a capire dove stanno andando.
Arrivo in una baracca desolata, sulla cima di una collinetta. 
L’abitazione è completamente isolata, almeno da quel che posso capire nel buio della notte.
Ne cortile vedo un nugolo di bambini ed alcune donne che si prendono cura di loro.
Evidentemente non possono entrare in casa (costituita da un monolocale), mentre la mamma sta per dare alla luce l’ennesimo fratellino.
Nei dintorni non vedo alcun uomo: non me ne stupisco perchè so che, secondo la tradizione locale, il parto è un evento assolutamente femminile, ed i maschi non ci si devono immischiare. 
Chiedo in giro chi sono tutte quelle donne, e mi viene riferito che sono delle vicine di casa accorse per dare una mano: evidentemente le tenebre brulicano di altre abitazioni che la mia povera vista non riesce a scorgere.



Entro in casa insieme all’infermiera che mi ha accompagnato. Non c’è elettricità e questa famiglia povera non ha i pannelli solari per l’illuminazione. La donna giace sul pavimento di terra battuta e sembra vicina per le ultime spinte prima del parto. 
Con l’ausilio delle torce elettriche che ci siamo portati e della lampada a cherosene di quella magione, visitiamo la donna in preda a fortissime contrazioni. E’ madida di sudore ed ha la cute molto fredda. 
La pressione comunque va bene. E’ praticamente impossibile rendersi conto se è anemica guardando le congiuntive con le nostre pile: non c’è luce abbastanza.
La mia infermiera compie gentilmente la visita ginecologica e mi sussurra in un orecchio che non la possiamo assolutamente trasportare fino a Chaaria. La presentazione è podalica, ma il bimbo sta per venire al mondo: “se cerchiamo di caricarla in ambulanza, partorirà in macchina senza raggiungere l’ospedale”.
Mi rassegno all’ineluttabile: “hai portato tutto? Ti sei ricordata anche dei farmaci e dell’aspiratore a pedale per il neonato?”
“Sì, tutto okay, doctor. Vado a prendere tutto. Ho portato pure dei camici per il parto”
Un paio di donne del villaggio si sistemano dalla parte della testa ed incoraggiano la donna durante le spinte; io mi metto in ginocchio di fronte a lei e sudo copiosamente mentre, in quella posizione scomoda, compio le non facili manovre richieste per il parto podalico. 
La mia fortuna è che questo sarà il nono figlio per questa mamma non ancora vecchia, e quindi le speranze di successo sono alte.
Infatti, nonostante qualche minuto estremamente ansiogeno quando la testa del nascituro si inchioda per un po’ alla mamma e non ne vuole sapere di uscire, poi tutto procede liscio come l’olio: nasce un maschietto ciccione con tanta voglia di vivere e di strillare a pieni polmoni. 
In qualche modo la mia infermiera si ingegna a prepararsi un fasciatoio sul letto della donna, ed alla luce della lampada aspira meconio dalle narici del neonato pompando vigorosamente sul piccolo mantice dell’aspiratore a pedale. 
Abbiamo qualche difficoltà con la placenta che tarda a staccarsi, ma anche questa fase infine si conclude senza complicazioni.
Tutti sono contenti (onestamente anche noi che non siamo abituati a seguire un parto a domicilio): le donne presenti parlano forte con toni di voce chiaramente eccitati. I bambini non vengono fatti entrare in casa ma il neonato viene portato fuori come un trofeo, perchè anch’essi possano ammirarlo: pure fuori l’ilarità impazza ed i bimbi fanno un sacco di schiamazzi.
A questo punto la mia infermiera mi dice che è meglio comunque portare entrambi in ospedale. Bisogna infatti  pesare il bambino e mettergli le gocce negli occhi. Inoltre la donna sembra davvero esausta e potrebbe essere molto anemica, o magari anche HIV positiva. Anche lei ha bisogno di osservazione e di unteriori indagini cliniche.
Le “levatrici” del villaggio però si oppongono nella maniera più assoluta e dicono che ora è tutto finito e che di noi non c’è più bisogno.
Dobbiamo altercare per un po’ e la loro opposizione si placa solo quando esse tentano di far camminare la puerpera per portarla a letto e lei stramazza a terra svenuta: “avete visto che c’è bisogno di ospedale? Dobbiamo capire se ha bisogno di trafusione o di altre medicine. Dov’è il marito? Voglio che decida lui!”
La più anziana delle donne presenti prende la parola e mi dice che lo sposo è lontano per lavoro e che quindi al momento non è rintracciablie; comunque, vista la situazione, lei stessa ci dà il permesso di portare mamma e neonato a Chaaria.
Viaggiamo quasi a passo d’uomo per non far star peggio la donna, che in posizione orizzontale è cosciente, ma perde i sensi se si mette in piedi. La strada è veramente pessima e non ci permette di correre.
Arrivati  in ospedale troviamo che la mamma ha un’emoglobina di quattro grammi, e procediamo quindi immediatamente alla trafusione: fortunatamente abbiamo sangue del suo gruppo.
Il neonato invece continua a star benone.
Tutto si  mette comunque a posto e riesco a dimettere la paziente dopo due giorni. Prima di mandarla a casa insieme alle stesse donne che avevo incontrato nella sua baracca, le chiedo liberamente: “come mai fate così tanti figli? Non pensi che più figli hai e più sarà difficile nutrirli adeguatamente, trovare i soldi per le medicine,mandarli a scuola e dar loro un titolo di studi che li faccia uscire dalla povertà?”
Le mi risponde con semplicità disarmante: “i figli sono la nostra ricchezza. Quando crescono, i ragazzi aiutano nei campi  e si prendono cura delle mucche anche quando il padre non c’è; essi poi, quando sono un po’ più grandi possono anche far la guardia alla casa e difendermi dai ladri e dagli animali selvaggi. 
E’ vero che poi dopo la circoncisione iniziano una vita autonoma, ma per molti anni sono con me. Le ragazze stanno con me fino al matrimonio: mi aiutano in casa e nei campi, e fanno tanto per me. 
I figli sono anche il bastone della nostra vecchiaia e si prenderanno cura di noi quando siamo anziani. Inoltre, non tutti i figli che nascono, poi riescono a diventare adulti: molti di loro vengono colpiti da malattia e non ce la fanno: noi facciamo magari dieci figli, nella speranza che almeno cinque diventino adulti. Nel mio caso due sono già morti in tenera età a causa della malaria”.
Non so cosa rispondere a questa logica, certamente lontana dalla nostra occidentale, ma non certo sbagliata. 
Nel mio cuore nasce un dubbio: forse hanno ragione loro...guarda come sono vecchie e scoraggiate le società occidentali.
Comunque non lo so davvero, e non ho neppure gli strumenti per capire appieno.
Come sempre, mi dico che io sono chiamato a servire e non a giudicare.
Saluto la mamma che, a piedi, si porta a casa il suo ennesimo pargoletto.

Fr Beppe Gaido




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