Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 10 febbraio 2015

Eunice: una donna ed una mamma

Carissimi amici,
Tante sono le figure femminili che mi hanno profondamente colpito negli anni della mia presenza qui a Chaaria. La donna africana è come un monumento di pazienza, di laboriosità e di fedeltà di cui non puoi che essere profondamente impressionato.
Spesso, guardandomi intorno, quasi mi vergogno di essere un uomo, considerando lo stile di vita medio del cosiddetto “sesso forte”.
Desidero presentarvi una storia che mi ha molto aiutato ed incoraggiato. Tale vicenda non riassume certamente la complessità di una realtà in cui il vero pilastro della società è la donna, ma dà qualche idea di fondo sul valore e sull’operato delle “mamme”, che sono quelle che si alzano al mattino prima di tutti, vanno a mungere la mucca quando è ancora buio, preparano la colazione per il marito ed i figli ancora addormentati, accompagnano i bambini a scuola e vanno nei campi con la “panga” a fare tutti i lavori necessari, tornano  a casa la sera a lavare la biancheria e preparano la cena al marito e ai piccoli.
Sono stato profondamente colpito da Eunice, una donna forte sotto molti punti di vista. La conosco da molti anni. 
E’ stata una delle prime donne a partorire a Chaaria: era il 1998 ed io ero qui da poco. Siccome lei era (ed è!) un’ infermiera del nostro staff, ho fatto di tutto per dirle di andare a partorire a Nkubu, dove avrebbe trovato una sala operatoria, una sala parto attrezzata e personale con una lunga esperienza. 



Io ero alle prime armi, non avevo neppure una sala parto, avrei dovuto trasportarla in un altro ospedale in macchina su strade pessime se la situazione si fosse complicata. 
Nonostante tutto questo Eunice ripeteva con fermezza che aveva deciso di farsi seguire da me e che aveva piena fiducia, per cui da qui non si muoveva. Il bambino in effetti è nato bene, anche se con molta ansia da parte mia, dato che lei non riusciva a spingere ed abbiamo dovuto fare qualche manovra a dir poco avventata, ma il Signore ci è stato vicino ed il neonato non ha subito alcuna complicazione.
Un paio di anni più tardi, anche per il secondogenito si è ripetuta una storia simile: Eunice rifiuta di andare a Nkubu, ma purtroppo questa volta il travaglio si complica. Distress fetale, rischi di sopravvivenza per il feto. Ancora una volta mi rivolgo a Eunice e le dico che lei doveva essere sottoposta a Taglio Cesareo, e siccome erano i primi tempi per me, io le consigliavo nuovamente Nkubu. 
Mi facevo forte anche del fatto di non avere un anestesista a quel tempo. Ma ancora una volta Eunice è stata irremovibile: “ se avessi voluto, sarei andata a Nkubu anche prima di farmi ricoverare qui. Se c’è da fare l’operazione, desidero che sia tu a operarmi!”. Eunice lavora da noi, e come si sa, è proverbiale che quando si opera su parenti ed amici, ci si debba aspettare tutte le complicazioni di questo mondo. 
Ho quindi fatto l’intervento con una tensione inaudita che faceva da contrasto alla calma e serenità della mamma, che è stata bravissima non solo durante l’operazione ma anche durante tutto il decorso post-operatorio. 
Il Signore ha protetto Chaaria ancora una volta e Eunice è andata a casa senza problemi cinque giorni dopo l’operazione.
Alcuni  mesi più tardi il secondo figlio di Eunice è stato colpito da una forma molto grave di malaria che tra l’altro gli causava diarrea profusa ed importante disidratazione.
Abbiamo cercato una vena per ore, senza successo. La tensione era evidente nell’aria, dal momento che tutti temevamo che il piccolo morisse prima che noi fossimo in grado di infondere alcun farmaco. 
Dopo aver fallito anche l’incannulamento della vena giugulare e della femorale, ho preso la decisione che Eunice doveva andare a Nkubu visto che là c’era un chirurgo capace di cercare una vena della caviglia con una operazione che si chiama “cut down”. Io non avevo mai visto quell’operazione in quegli anni e quindi non potevo certo fare l’apprendista stregone.
Questa volta la mamma, evidentemente angosciata, ha accettato la mia proposta ed ha apprezzato la mia umiltà, in quanto apertamente le ho detto che non ero capace di fare il “cut down”. Purtroppo però anche là il calvario è continuato. Hanno tentato  di nuovo di trovare una vena periferica, seviziando ancora la creatura per un giorno intero. Il giorno seguente hanno finalmente deciso per l’operazione. 
Eunice è rimasta fuori dalla sala operatoria per varie ore, e poi quando il bambino è uscito, le hanno detto che non erano riusciti. Rimaneva il problema di un bambino disidratato senza accesso venoso per i liquidi tanto necessari al suo corpo.
La disperazione della mamma era ormai giunta al punto di ripetere con Giobbe: “Dio ha dato, e Dio ha tolto. Sia fatta la Sua volontà”. Eunice aveva ormai deciso di abbandonarsi alla terribile ed ineluttabile situazione di suo figlio condannato a morire disidratato. Mi diceva che avrebbe voluto scappare, ma c’era come una forza che la teneva inchiodata al letto del suo bambino. 
Avrebbe voluto urlare, ma le lacrime le si fermavano in gola.
Ad un certo punto, un’ infermiera del reparto che aveva studiato con Eunice, le dà in mano un ago cannula e le dice: “Adesso tocca a te. Provaci finchè ci riesci, ma non dirlo alle altre infermiere perchè è contro il regolamento che un paziente prenda le vene”.
Eunice è stata bravissima. Si è mantenuta fredda, ed ha resistito alle terribili emozioni che una mamma può provare mentre buca le braccia e le gambe del proprio figlio con un ago, ben sapendo che tutti gli altri avevano già “gettato la spugna”. 
Ed il Signore ha premiato la sua forza di volontà. Dopo vari tentativi, Eunice incannula una vena, che rimane funzionante per vari giorni. Al bambino si fanno rapidamente tutte le cure richieste e nel giro di una settimana si riprende completamente.
Pochi giorni dopo Eunice è tornata a lavorare, radiosa e piena di riconoscenza. Le ho chiesto che cosa ha imparato da questa esperienza. Lei mi ha detto: “Ho imparato ad essere più attenta e disponibile al pianto disperato delle mamme che qui a Chaaria perdono i loro bambini. 
Veder morire il proprio piccolino è una esperienza terribile, e noi spesso non diamo tempo alle donne che piangono. Ci limitiamo a dire loro che non devono fare così, che ci sono altri che soffrono in ospedale… e poi scappiamo con la scusa che abbiamo tanto da fare. Ma si sta tanto male, e dobbiamo diventare più disponibili a questi aspetti di sofferenza. Dobbiamo lottare contro il cinismo che spesso è un nostro nemico di cui neppure ci rendiamo conto”.
Sono ormai passati dieci anni da quella esperienza che Eunice ed io abbiamo vissuto insieme, ma entrambi ce la portamo nel cuore, e sussultiamo quando vediamo il bambino ormai grande passare in ospedale a salutarla. Lei mi dice solo: “ti ricordi Nkubu?”, ed a me vengono le lacrime agli occhi ed annuisco senza parlare.


Fr Beppe

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