Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 8 febbraio 2015

Una tragedia familiare

Sono le 22 ed è sabato sera; il giro è breve in quanto dobbiamo solamente pensare a sistemare alcune glicemie. 
Spero di andare a letto un po’ presto perché ieri è stato molto pesante con due cesarei ed un raschiamento dopo cena.
Ed invece, quando già abbiamo salutato le infermiere del turno di notte, sentiamo del trambusto nella sala d’attesa. Ci affacciamo perché sappiamo che è inutile tentare di svignarcela... tanto poi ci chiamerebbero lo stesso. Vediamo arrivare la barella trainata dai nostri “watchmen”: su di essa scorgiamo un giovane tutto coperto di sangue. I parenti hanno una lettera della polizia che dice: “assalito da una persona da lui conosciuta”.
Normalmente le dinamiche dei crimini non ci interessano più di tanto.
Per noi questo è un paziente che ha sanguinato molto e che ha bisogno di immediato soccorso. Ci mettiamo al lavoro e ci rendiamo conto che il sangue viene principalmente da una profonda ferita sulla fronte dove un’arteria fa zampillare sangue al ritmo del battito cardiaco.
Cerchiamo prima di tutto di arrestare l’emorragia, ma il compito non risulta così facile: il paziente continua a perdere sangue, e la pressione non cessa di diminuire. Il giovane diventa confuso e si dimena sulla barella. Assisterlo diventa ancora più complicato.
Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti gli infermieri notturni e di almeno uno dei “watchmen”.


Con grande fatica cerchiamo di incannulare una vena: i vasi sono collassati ed anche l’infermiera più brava suda sette camicie prima di riuscirci. Però alla fine riusciamo a dargli
una sacca di sangue donata sul momento da Daniele; e con questo le condizioni migliorano. Riusciamo ad isolare e suturare l’arteria che era stata recisa e procediamo alla chiusura della ferita. A questo punto ci accorgiamo di un altro colpo di “panga” al braccio.
Non ce ne eravamo accorti prima perché la ferita era coperta da grossi coaguli. Anche i tendini sono stati recisi e dobbiamo lavorare a lungo al fine di evitare che il giovane perda per sempre l’uso della mano.
E’ passata la mezzanotte quando applichiamo un gesso e lasciamo agli infermieri il compito di lavare e mettere a letto il nostro paziente ora completamente stabile anche se ancora confuso.
Andiamo a dormire pensando con un filo di sollievo che domani è domenica e quindi si può dormire un po’ di più. Infatti la Provvidenza ci assiste e non ci sono chiamate notturne per altre complicazioni.
Riposiamo bene e ci avviamo in ospedale dopo le 8, per vedere se tutto è tranquillo prima della messa con i pazienti.
Al canto iniziale della celebrazione vengo però chiamato da 5 signori molto seri che dicono di essere poliziotti. 
Devono vedere il nostro paziente perché colpevole di un reato. Gli agenti sono comunque molto gentili e mi lasciano tornare a messa, decidendo di poter aspettare fino alla fine della celebrazione.
Quando ricevo la notizia sono scioccato: si tratta di omicidio. Il giovane paziente da noi suturato la notte precedente ha ucciso il proprio fratello.
Chiedo ai poliziotti di poter visitare il paziente da solo per vedere se lo stato di coscienza era ritornato normale. 
Mi accosto a lui e lo trovo pienamente in sé: gli chiedo che cosa fosse successo e lui candidamente mi dice che il suo fratello minore lo aveva attaccato con la “panga” durante un diverbio a proposito di un appezzamento di terra. 
Lui aveva tentato di fuggire, ma dopo essere stato colpito due volte, ha preso in mano la prima cosa che gli era capitata: una grossa pietra raccolta dal suolo, e con questa aveva colpito il fratello per tentare di fermarlo. 
Poi ha aggiunto: “Come sta adesso? Avete ricoverato anche lui?”. Io gli ho detto di attendere perché c’erano delle persone dal suo villaggio con notizie più dettagliate. Ho quindi accompagnato da lui gli agenti che gli hanno dato la notizia in modo crudo e senza fronzoli. Il paziente naturalmente ha avuto un colpo terribile, perché mai si sarebbe aspettato di essere incriminato dell’uccisione di suo fratello. 
Si è messo a piangere disperatamente chiedendo perdono a Dio di quello che aveva fatto. Ripeteva nel pianto: “Non l’ho fatto di proposito... avevo solo paura!” Non ha comunque opposto alcuna resistenza e si è lasciato ammanettare. 
Ho chiesto alla polizia di poterlo avere in reparto ancora per un giorno perché le sue condizioni non erano stabili. 
E’ stata la prima volta per Chaaria: gli sono state messe le manette al polso destro che poi è
stato fissato alla testiera del letto. Un agente è rimasto di piantone.
Mi sono intrattenuto un po’ con il povero disgraziato ed abbiamo parlato: ho così saputo che il fratello ucciso era ancora un ragazzo.
Mi ha chiesto di pregare per lui perché era sposato da poco e con due figli piccoli. Continuava a ripetermi di essere un buon Cristiano e di aver reagito esclusivamente per legittima difesa. Non so neppure come mai, ma mi è venuto in mente Padre Cristoforo dei Promessi Sposi, e gli ho raccontato la vicenda, dicendogli che certo Dio non lo avrebbe abbandonato.
L’indomani mattina, comunque, il paziente è stato portato via con l’auto della polizia, e non ne ho più saputo niente. Mi ha fatto molta tenerezza e sicuramente pregherò per lui il Signore perché so che non lo ha fatto intenzionalmente.
Ciao.

Fr Beppe Gaido


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