lunedì 20 aprile 2015

La nostra pazienza alla prova con Mwendwa

Mwendwa e’ qui ricoverata per vomito e diarrea. Ha 3 anni, ma a giudicare dal peso corporeo (5 Kg), le daresti 3 mesi. 
Se non fosse per la dentatura ormai chiaramente formata, stenterei anche io a credere alla sua età. E’ ricoverata con la nonna perchè la mamma ha un altro bambino piccolo a casa e non può fermarsi in ospedale.

Mwendwa e’ disidratata: se le dai un blando pizzicotto sulla pancia, la sua pelle si solleva in rughe altissime che poi fanno molta fatica a scomparire.
Abbiamo provato per molte ore a prendere una vena, ma e’ come se fossero tutte scomparse, certamente collassate a causa della forte disidratazione.
La bambina ha molta sete, anche se ha forti conati di vomito.
Spieghiamo alla nonna che l’unica speranza e’ nel darle delle ORS (soluzioni reidratanti orali): le insegniamo come dargliele, in modo che la assunzione non sia eccessiva… cosa che farebbe rimettere la bimba ancora di più.
La vecchia donna però non sembra molto collaborativa: si dimentica spesso, o magari proprio non vuole fare quello che le abbiamo chiesto.
Non ci rimane che fare noi: ci alterniamo nel compito di dare ORS a Mwendwa ogni mezz’ora.


La prendiamo in braccio e iniziamo a farle sorseggiare il prodotto (per altro abbastanza schifoso: ho provato a berlo, ma e’ salato come l’acqua del mare): bisogna vincere la sua riluttanza; occorre tornare ad insistere… allo stesso tempo è necessario evitare di ingozzarla.
E’ un esercizio di pazienza estrema: ci sono tantissimi altri lavori da fare, ma per farla bere 250 ml di ORS, ci vogliono circa 45 minuti.
Eppure lo sappiamo che e’ importantissimo: se riusciamo a mantenere questa catena di solidarietà con Mwendwa, la sua diarrea si ridurrà presto, ed anche il vomito (spesso legato alla disidratazione) tenderà a scomparire. 
Magari, già domattina il suo volume ematico sarà nuovamente ristabilito, le sue vene saranno di nuovo turgide, e noi potremo incannularle una vena senza problemi.
Mentre sono seduto sul letto, e, quasi come un automa, somministro alla piccola delle cucchiaiate di fluido che in parte le cade dalla bocca e va a sporcare il bavaglino, ripenso alle parole di Gesù: “anche solo un bicchiere d’acqua dato per amore non perderà la sua ricompensa”.

Fr Beppe



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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