Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 17 aprile 2015

Nemiche invisibili dei chirurghi

Non sai mai se si presenteranno o meno. In alcuni pazienti non si verificano mai, mentre in altri sono la regola.
Talvolta il malato non sa di averne sviluppate, e magari il chirurgo lo viene a sapere solo quando deve riaprire la stessa parte del corpo per un'altra operazione.
Altre volte provocano dolori che poi non riesci più a controllare con nessun tipo di analgesico.
Ci sono situazioni in cui esse posso addirittura causare complicazioni gravi, come occlusione intestinale o infertilità in entrambi i sessi.
Possono essere causa di morte se non si interviene con prontezza.
Sto parlando delle aderenze post-operatorie, nemiche invisibili ma frequentissime di coloro che si dedicano alla chirurgia.
Oggi quello che ci è capitato è stato abbastanza peculiare, anche se con le aderenze ci dobbiamo confrontare spesso: in passato esse hanno causato addomi acuti di vario tipo, dal volvolo allo strangolamento di un'ansa, ma quello che abbiamo visto oggi ci ha presi un po' di sorpresa.
Anna era stata operata il giorno 4 aprile di miomectomia a causa di fibromi uterini multipli. In settima giornata post-operatoria aveva accusato dolore addominale acuto e vomito, anche se andava di corpo regolarmente. Il test per la malaria era negativo, i globuli bianchi non particolarmente elevati, e l'addome era trattabile: sinceramente abbiamo pensato ad una gastrite da stress. 


Avevamo fatto dello zantac in vena che aveva sortito un ottimo risultato terapeutico, e la paziente era stata dimessa due giorni più tardi. Alla dimissione era asintomatica, i punti erano stati tutti tolti, e la ferita era guarita perfettamente.
Oggi però è tornata in ospedale perchè dal giorno della dimissione non era mai andata di corpo; inoltre aveva sviluppato una progressiva distensione addominale accompagnata da vomito biliare.
Ho fatto l'eco ed ho notato delle anse ileali estremamente dilatate con peristalsi praticamente assente.
Anna era chiaramente occlusa ed abbiamo deciso di non perdere tempo, forti delle tante esperienze passate in cui abbiamo atteso sperando che la situazione si sbloccasse, ma poi in sala ci siamo andati comunque quando ormai l'intestino era necrotico.
Dopo aver aperto l'addome abbiamo notato che tutte le anse ileali erano enormi, e, dopo pochi minuti ne abbiamo visto la causa: l'ultima ansa del tenue aveva formato molteplici aderenze con le cicatrici da miomectomia sul corpo dell'utero. C'erano anche un paio di inginocchiamenti di ansa causati dalle aderenza ed una briglia di omento che ulteriormente contribuiva a formare delle bande compressive attraverso cui il materiale fecale non poteva passare. 
Addirittura anche il retto era adeso alla parete sinistra dell'utero.
Così tante aderenze a meno di due settimane dall'intervento... e poi aderenze già abbastanza tenaci da causare una occlusione intestinale!
Che strano!
Siamo fortunatamente riusciti a fare una prudente adesiolisi, senza causare alcuna perforazione intestinale.
Era per noi la prima volta che assistevamo ad una sindrome aderenziale tanto precoce nel post-operatorio.
Ora la paziente è sveglia, anche se l'addome è ancora disteso.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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