Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 2 maggio 2015

Vi presento mio figlio

Non sono certo il fondatore della missione di Chaaria: è stato infatti Fr Lodovico ad iniziare la grande avventura nel 1984; prima di me ci sono stati altri Fratelli che si sono spesi per i poveri di questa zona, sia nel servizio dei Buoni figli, sia in quello sanitario del dispensario.
L’ospedale però è un po’ il mio bambino che cerco di far crescere e di proteggere tutti i giorni, un figlio che mi sono trovato tra le mani senza che quasi io lo volessi: era il 1° marzo 1998, ed io giungevo al “Cottolengo Centre” colmo di paure e di insicurezze. 
Per sei mesi ero rimasto in Tanzania, senza mai vedere un paziente, perché il mio compito era quello di studiare la lingua. 
Mi angosciavano le malattie tropicali, studiate così tanto sui libri a Londra, ma mai realmente affrontate sul campo. 
Mi spaventava anche la lingua: mi ero impegnato molto per il kiswahili, per poi rendermi conto che la gente illetterata parlava solo il kimeru, per me totalmente sconosciuto. Iniziai il mio servizio in punta di piedi, quasi per non disturbare: accettai di buon grado la proposta di Fr Maurizio di lavorare in laboratorio analisi, e di essere disponibile alle chiamate per casi urgenti. 
Il laboratorio mi affascinava, perché a Londra avevo studiato tanta parassitologia ed ora per la prima volta potevo mettere a frutto le cose imparate nel corso di “Master” londinese. 



Furono mesi in cui il laboratorio crebbe: iniziammo test nuovi e perfezionammo quelli già in atto. Nel frattempo i pazienti gravi aumentarono. Il “tam tam” funziona più velocemente di internet, e così i malati arrivarono a frotte, sempre più complicati e malconci: ricordo il disagio da me provato all’inizio perché Fr Maurizio mi diceva di visitare i pazienti mentre stavano seduti su una sedia. Io veramente non ci riuscivo, e fu un grande giorno quando vidi la prima barella su cui ebbi la possibilità di esaminare una persona.
Tante cose sono cambiate da quei primi tempi pionieristici, ed ora mi trovo ad avere questo bambino ormai cresciuto, anche se non ancora maturo a sufficienza per camminare da solo: ci sono servizi per pazienti ambulatoriali, ma anche dipartimenti di medicina interna, malattie infettive, pediatria, chirurgia generale ed ortopedica, maternità, ginecologia ed ostetricia. 
Il fatto che siamo cresciuti dal giorno in cui non avevamo neppure una barella su cui far sdraiare il malato ad un ospedale di 160 posti letto mi sembra un vero e proprio miracolo.
L’ospedale si è sviluppato senza un piano regolatore, perchè nè io, nè i confratelli che erano con me e neppure i superiori sapevano con esattezza che cosa volessimo fare: in realtà noi non abbiamo mai pensato di fondare un ospedale; è stata la gente che lo ha voluto, venendo a frotte a cercare aiuto nella nostra missione. 
Anche le aree cliniche in cui il nostro ospedale si è pian piano specializzato sono state indirizzate e dettate dai reali bisogni della gente: siamo diventati una maternità perchè, quando dicevamo alle donne che non avevamo un tale servizio, esse si sedevano al cancello fino a partorire sulla strada: era giocoforza poi portarle dentro ed assisterle. 
Ci siamo poi avventurati nei tagli cesarei perchè portare le partorienti con complicazioni fino a Meru con la macchina era spesso impossibile a motivo delle strade impraticabili; inoltre, a causa delle pessime condizioni del viaggio, sovente giungevamo all’ospedale di riferimento quando il feto era già morto.
Abbiamo iniziato con servizi di ostetricia e ginecologia perchè in quei tempi si poteva morire anche solo per non avere i soldi necessari ad un raschiamento uterino. Non potevamo accettare che ciò accadesse; ci siamo quindi attrezzati, abbiamo studiato e con coraggio siamo partiti anche in tale settore.
E che dire dei bambini! Era una vera e propria moria! Ne abbiamo visti morire a frotte o di malaria cerebrale o di anemia grave causata dallo stesso parassita: è stato un dovere morale iniziare con con i servizi di pediatria e con quelli trasfusionali. 
Non ne sapevamo molto, ma avevamo voglia di imparare e di crescere, al fine di salvare quelle vite ancora così tenere.
Discorso simile si può fare per la chirurgia: in Africa è sempre molto costoso farsi operare, e ciò porta con sè il fatto che sovente sono proprio i meno abbienti a non potersi permettere un’operazione. 
Quante volte ho visto perire della gente perchè non aveva mezzi finanziari per farsi operare! Quanta povera gente poi è rimasta storpia per sempre non avendo potuto afferire ad un servizio di ortopedia dopo una frattura!
Anche qui non si poteva chiudere gli occhi e pretendere che il problema non esistesse. Ecco perchè ci siamo buttati ed abbiamo tentato di dare risposte il più possibile pertinenti e specialistiche pure in ambito chirurgico.
Come ho già detto, è stata davvero la gente che ha voluto questo ospedale, continuando ostinatamente a venire nonostante i nostri limiti strutturali e tecnici; sono stati i bisogni reali delle persone che hanno dato una forma alla struttura che stava nascendo. 
Quello che noi desideravamo era di poter dire di sì a chi ci chiedeva aiuto nell’ambito della salute; lo volevamo fare con coscienza e perizia, e soprattutto lo volevamo fare ventiquattr’ore su ventiquattro.
Centrale è stata la fiducia dei superiori che hanno sostenuto ed incoraggiato il nostro sogno di servizio incondizionato: non mandare via nessuno, ma cercare di aiutare tutti e soprattutto coloro che non avrebbero potuto permettersi un’altra struttura perchè troppo poveri.
Un altro problema è stato fin dall’inizio quello dell’acquisizione delle competenze necessarie per aiutare la povera gente: io ero venuto come un internista specializzato in malattie tropicali, ma ho capito presto che a Chaaria bisogna essere medici a trecentosessanta gradi. 
Sono stati i volontari ad insignami con pazienza le nuove competenze: per me essi sono stati dei mentori, mentre io mi sono sempre sentito come una spugna assetata di impregnarsi di tutte le loro conoscenze, per poter poi usare nel servizio le cose che imparavo anche quando essi sarebbero tornati in Italia.
Ecco quindi che Chaaria mi ha cambiato profondamente come medico e pian piano mi ha reso anche chirurgo, ginecologo ed ortopedico.
Un ospedale come quello di Chaaria non può certamente essere in attivo: dobbiamo tenere i prezzi bassi per non escludere nessuno; dobbiamo offrire ugualmente tutti i servizi necessari pure a coloro che non possono pagare nulla. 
Ci sono spese enormi da sostenere. Bisogna sempre costruire nuovi dipartimenti, ristrutturarne altri, comprare nuove strumentazioni cliniche. Ecco quindi che Chaaria è sempre stato l’ospedale della Provvidenza: sovente ci siamo trovati in difficoltà economiche, ma alla fine i soldi sono sempre arrivati. 
Una parte degli aiuti proviene dalla Piccola Casa, una parte importantissima proviene dal volontariato. E poi ci sono tantissimi piccoli benefattori che nel nascondimento ci permettono di andare avanti atraverso il loro piccolo obolo, prezioso come quello della vedova del Vangelo.
La mancanza di un piano di sviluppo preciso per l’ospedale ha avuto naturalmente le sue conseguenze anche sulla struttura edilizia: Chaaria è un ospedale un po’ disordinato, cresciuto come un fungo, venuto su sempre per rispondere ad una nuova emergenza. In questo mi pare di poter dire che l’ospedale di Chaaria è simile alla Piccola Casa delle origini, in cui ogni nuovo servizio partiva dopo che il Cottolengo aveva incontrato un nuovo bisogno.
Siccome poi il nostro scopo è sempre stato quello di servire le persone meno fortunate, di non dire no a nessuno, e di tenere i prezzi bassi, il nostro ospedale non ha mai puntato sulla bellezza architettonica, ma sulla capienza e sulla funzionalità della struttura: ecco quindi che i cameroni ci sono parsi più convenienti delle stanzette, in modo da poter ricoverare molta più gente ed impiegare un numero inferiore di infermieri per l’assistenza.
In questa avventura ed in questo miracolo quotidiano sono sempre stato sostenuto dai Fratelli che sono vissuti con me a Chaaria: penso a Fr Maurizio, a Fr Lorenzo, a Fr Giovanni Bosco, a Fr Lodovico, ed ora a Fr Giancarlo.
L’ospedale di Chaaria ora è adolescente: certamente è grande e risponde ai bisoni di salute di molta gente.
Tanto rimane ancora da fare per renderlo capace di camminare da solo e di continuare a vivere anche senza di noi.
Ma quello di cui sono profondamente certo è che questo ospedale appartiene alla Divina Provvidenza, che saprà come portarlo alla maturità, nei tempi e nei modi che essa sceglierà, e saprà dargli un futuro ed una indipendenza gestionale che ora ancora non intravvediamo.

Fr Beppe Gaido




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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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