Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 8 settembre 2015

La quiete prima della tempesta

Sono le sei del mattino e con l’ambulanza fr Giancarlo parte alla volta di Meru per andare a prendere il Dr Nyaga.
Oggi abbiamo programmato di iniziare in sala per le 7, in modo da poter fare un numero maggiore di interventi, e ridurre l’insostenibile lista di attesa.
La polvere rossa attorno all’ospedale è ancora calma: solo una piccola nuvoletta dietro l’auto del mio confratello; in strada non c’è quasi nessuno, soltanto un bambino che corre verso la sua scuola. I dintorni dell’ospedale sembrano deserti e silenziosi in modo surreale.
Ma lo sappiamo che dalle 8 in avanti la polvere rossa di Chaaria si alzerà in nuvole fitte, continuamente rigenerate dall’arrivare costante di ammalati in cerca di aiuto, di mototaxi carichi di pazienti, di matatu che fanno la spola tra noi e moltissimi villaggi del circondario.
Lo sappiamo che già dalle 8 la sala d’attesa sarà piena zeppa di persone in attesa di essere servite: persone spesso buone e pazienti; qualche volta anche arroganti, pretenziose ed impertinenti.
Arrivare alla sera in questi giorni è davvero una lotta, ed a volte, quando alle 19.30 si finisce l’ultimo intervento chirurgico, si è così stanchi che la testa è impastata come un’automobile impantanata nel fango, mentre la lingua sembra legata e ti accorgi che anche il semplice fatto di articolare una frase compiuta si trasforma in un’impresa non da poco.
Se poi capita che, proprio a quell’ora, qualcuno ti faccia una domanda clinica un po’ complessa su un caso medico, allora ti accorgi che davvero non connetti più e sei arrivato alla frutta.


Poi, dopo un boccone di cena, un momento di preghiera ed una doccia veloce, ritrovi ancora un po’ di forze, come per un colpo di coda, per il giro serale in reparto: il dramma è quando, dopo una giornata così, ti arriva anche una chiamata per cesareo verso le due di notte.
Spesso, quello che ti affatica di più è il ritmo assillante in cui passi, senza soluzione di continuità, da un intervento chirurgico, ad una fila immane di pazienti ambulatoriali o di ricoverati: ecografie, gastroscopie, dialoghi clinici con i pazienti costituiscono un continuo molto esigente, soprattutto quando essi sono solo degli incastri tra operazioni molto complesse.
Oggi poi c’è stato un intervento che ha risucchiato molte delle mie energie e mi ha lasciato prostrato come uno straccio a continuare tutte le altre incombenze della giornata: si tratta di un uomo a cui avevo fatto diagnosi di appendicite acuta una settimana fa. Avrei voluto operarlo, ma lui aveva rifiutato decisamente.
Oggi però è stato lui ad implorare di essere operato: era in preda ad una terribile peritonite purulenta che, oltre a molte aderenze, aveva causato già almeno tre grosse perforazioni intestinali. Il Dr Nyaga purtroppo era già tornato a Meru ed ero da solo.
Quella che avrebbe potuto essere una veloce appendicectomia una settimana prima, è diventato per me un complesso intervento in cui abbiamo dovuto fare una emicolectomia destra, un’ampia resezione ileale ed una anastomosi ileo- trasversa.
Sin da quando è incominciato lo sciopero, la vita in ospedale è davvero tempestosa ed estremamente esigente.
Solo in alcuni momenti della notte o dell’alba si può gustare quella quiete leopardiana... che per noi però non segue ma precede sempre una nuova burrasca.

Fr Beppe


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