Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 28 settembre 2015

Madri ignare

Nel mio giro serale, Eunice mi porta in pediatria dove un bambino di appena sette giorni ha vomito color "fondo di caffè".
"E' davvero un brutto segno, ed onestamente tutti gli infanti che presentano questa complicazione, alla fine non ce la fanno", confido alla mia collaboratrice. Poi aggiungo: "è nato qui?"
Eunice mi spega che è nato a casa e che è stato ricoverato il giorno prima per sepsi neonatale.
Guardo il cordone ombelicale che è effettivamente infetto, anche se ora è medicato e coperto di disinfettante.
Il bimbo è estremamente cianotico, nonostante la somministrazione generosa di ossigeno.
Ha febbre e respira a fatica. I muscoli respiratori ed il diaframma,impegnati in uno sforzo immane, creano un solco tra torace e addome tutte le volte che inizia l'inspirazione.
Attorno alla bocca vedo tracce di una sostanza nera, evidentemente i resti di qualche episodio di vomito caffeano.
Domando a Eunice se il bimbo urina, ma l'infermiera mi fa un segno negativo con la testa: "oggi il pannolino è rimasto sempre asciutto".
"Brutto segno anche questo", brontolo più che altro per me stesso.
Il bambino mi sembra in condizioni critiche, ma la mamma mi guarda raggiante e piena di speranza. E' chiaramente contenta che il medico bianco sia andato a vedere il suo piccolo di notte.


Mi sorride e mi parla di sintomi del tutto secondari in quel momento: "oggi non è ancora andato di corpo, ed ha la pancia un po' gonfia".
Le chiedo allora se il bimbo è in grado di succhiare al seno, e la mamma mi dice di no, mantendendo comunque il sorriso sulle labbra.
Aggiungo dei farmaci alla terapia già molto completa e ben impostata, ma non sono sicuro che abbiano alcun significato per un bambino forse già arrivato al capolinea.
Lascio a Eunice il compito di osservarlo spesso e di monitorare sia il vomito che la funzione renale: "abbiamo un'emoglobina di 11" le dico "ma il bimbo potrebbe essere emoconcentrato. Domani dobbiamo ripetere l'emocromo per capire se dobbiamo trasfondere. Diamogli dei liquidi, soprattutto destrosio per evitare l'ipoglicemia. Spero che lo zantac in vena e la vitamina K fermino l'emorragia interna e la possibile CID".
La mamma mi guarda estasiata mentre do queste indicazioni e non cessa di sorridermi. Non si rende affatto conto che il bambino è davvero grave e potrebbe non farcela. Io non ho la forza di dirglielo: ho fatto tutto quello che potevo con le medicine, e decido di lasciare il resto agli eventi così come evolveranno.
Mi ripropongo di passare a vedere il bimbo l'indomani mattina alle 6, prima di andare a pregare.
Lo faccio davvero e mi dirigo spedito verso la pediatria, ma, con un colpo al cuore, vedo che quel letto attorno al quale mi sono affaticato la sera prima, è libero e già rifatto.
Eunice mi vede arrivare e mi dice: "il piccolo è durato solo fino a mezzanotte. La mamma ha pianto tanto, ma alle 5 ha voluto andare a casa. Non ce la faceva più a stare nel letto dove è morto il suo primogenito".
Per me è un altro colpo al cuore.
Durante la preghiera non riesco a togliermi dalla mente e dagli occhi il ricordo del sorriso e della speranza di quella mamma.
Non ce la faccio a non pensare alla sua fiducia incondizionata nei miei confronti, una fiducia che però non ha sortito la guarigione del suo pargoletto.

Fr Beppe


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