Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 29 settembre 2015

Il Caleidoscopio che è Chaaria

La Dottoressa Khadija ed il clinicl officer della pediatria stanno facendo di tutto per trovare la quadra nell’alimentazione dei bimbi pretermine che affollano il nostro nido: il piu’ piccolo pesa cira 500 grammi, mentre il piu’ grandicello al momento arriva a circa 1800 grammi.
Nella stanza accanto, dove normalmente giacciono le donne cesarizzate il primo giorno dopo l’intervento, la nostra Eunice sta offrendo alla mamma il suo primogenito: un maschione di 4 chilogrammi che abbiamo fatto fatica ad estrarre dalla breccia operatoria, tanto era enorme.
Facendo due passi, si entra in sala parto, dove il clima e’ mesto perche’ una paziente ha appena partorito un feto morto: era una morte annunciata, in quanto l’ecografia lo aveva sentenziato poche ore prima. Il travaglio che ne era seguito era stato un tempo tremendo, in cui la mamma aveva pianto disperata, non tanto per le doglie del parto, quanto per la “mortale angoscia” di aver portato in grembo un bimbo per nove mesi, solo per poi vederlo ormai cadavere.
Sono impatti duri per la nostra psicologia. A volte ci si vorrebbe estraniare da un tale concentrato di umano.



Ma la pediatria non ci risparmia sentimenti analoghi; e’ vero che tanti piccoli si riprendono e vanno a casa, ma il nostro cuore viene attratto da chi non ce la fa... sempre per la vecchia storia che “fa piu’ rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.
In una cullina piccolissima vediamo una bambinetta di quattro giorni, che dalla nascita sta facendo una fatica tremenda a respirare, a causa di un parto distocico e prolungato. Fino a ieri la pensavamo praticamente gia’ morta, ed anche i nostri sforzi di rianimazione facevano parte piu’ di un automatismo meccanico teso a placare i rimorsi della nostra coscienza, che di vera convinzione di potercela fare. Oggi pero’ il respiro sembra un po’ migliore, e la madre e’ riuscita a farle trangugiare un pochino di latte che lei stessa si era tirata dal seno ed aveva posto in una siringa.
Sotto il letto di questa bimba morente ci sono due bimbi di circa 2 anni, i quali, ignari dell’aura di morte che si aggira per la camera, giocano rincorrendo un palloncino che lo staff ha loro preparato con un guanto di lattice: li ricordo all’arrivo questi due bimbi! Una malaria cerebrale tremenda in entrambi i casi... ma a loro e’ andata bene, ed ora aspettano solo di essere dimessi, e schiamazzano imperterriti tra i letti dell’ospedale.
Vedo in un angolo della pediatria una madre mesta; ha l’occhio perso nel vuoto e sembra lontanissima con il pensiero. Non ha alcun bambino da accudire... Ma adesso ne ricordo la ragione! Suo figlio e’ morto ieri sera. E’ avvenuto tutto in un attimo: una convulsione tremenda ha contratto il corpo del bambino dodicenne, che ha anche smesso di respirare.
La madre e’ corsa a cercarci portandosi in braccio questo umano fardello rannicchiato in una posizione grottesca; abbiamo fatto del valium, ed il piccolo paziente si e’ rilassato... pero’ non ha mai ripreso a respirare. Jesse lo ha rianimato, ma non e’ servito a nulla. Il bimbo se ne era gia’ andato, e davanti a noi avevamo un cadavere ed una genitrice disperata che batteva la testa sul pavimento in un pianto dirotto.
Ora e’ piu’ calma di ieri, ed aspetta che qualcuno dei familiari venga a prenderla, poiche’ viene   da molto lontano.
Anche il reparto di medicina e’ pieno di  questi contrasti, in cui pare di toccare gli estremi della vita: un quindicenne vestito di bianco e pieno di vitalita’ adolescenziale e’ stato ricoverato per una circoncisione tradizionale, e prende il sole come una lucertola, seduto a fianco di un ultra novantasettenne con un catetere a permanenza e con i piedi infestati da pulci penetranti.
Il giovane aspetta i genitori per la dimissione; il vecchio e’ stato abbandonato qui dai familiari, e credo che con noi ci rimarra’ fino alla sepoltura.
Qualche letto piu’ avanti, Karembo pare uno scheletro di Mathausen, ma non sono stati i nazisti a ridurla cosi’; e’ stato l’AIDS. Karembo e’ una persona nata sotto una cattiva stella: la sua era una buona famiglia ed il padre era insegnante. Karembo ha due fratelli maggiori che suo papa’ ha fatto studiare fino all’universita’; ma a poche settimane dalla laurea entrambi hanno dato segni di malattia psichiatrica, ed ora sono girovaghi nei dintorni di Chaaria; si vestono di stracci e tutti li temono in quanto dediti allo stupro sistematico. Per fuggire da questa situazione familiare tremenda, Karembo si e’ sposata presto, ma anche li’ e’ stata perseguitata dalla sfortuna: ha tentato per due volte di rimanere incinta, ma entrambe le volte la gravidanza era extrauterina. 
Per due volte l’abbiamo operata, ma la situazione delle sue tube era tale che non abbiamo potuto fare altro che reciderle; prima una e poi l’altra. L’avevamo in effetti resa sterile, condannandola ad un ostracismo psicologico assicurato in una societa’ come la nostra, che non ha alcun rispetto per le donne incapaci di generare... ma in quei momenti in sala bisognava salvarle la vita e decidere in fretta!
Poi, come se non bastasse, e’ arrivato l’AIDS a completare la sua opera distruttiva sulla sua vita miserabile.
Karembo non riesce a mangiare da sola perche’ e’ troppo debole; ma la sua vicina di letto e’ molto contenta perche’ l’abbiamo operata di ernia ed ora attende la dimissione. E’ lei ad averla adottata,  si prende cura della sua alimentazione con amore veramente materno, anche se alcuni giorni fa neppure si conoscevano.
Chaaria e’ un conglomerato di estremi, che sempre si incontrano, si mescolano e si confondono. E’ l’aspetto duro di Chaaria, ma e’ anche il suo fascino...
Vorrei stare ancora con voi a raccontarvi tante altre storie altrettanto pregnanti, ma mi han chiamato in sala per un cesareo urgente. Anche questo e’ Chaaria: non c’e’ orario, non c’e’ week end, non c’e’ tempo libero quando un’emergenza ti obbliga a lasciare qualunque cosa tu stia facendo, per dare il primo posto a chi soffre.
Quando stavo per decidere sulla mia scelta di vita nel lontano 1980, venni colpito da un manifesto a sfondo vocazionale sul quale era raffigurato un vecchio orologio a cipolla privo di lancette. Lo slogan di quel poster diceva: “Per Cristo a tempo pieno”.
Ecco, anche questo e’ uno degli estremi di Chaaria: un orario di servizio che non conosce orario.


Fr Beppe Gaido


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