Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 27 ottobre 2015

Un diversivo nella monotonia di Chaaria

Oggi è stata la solita giornata di Chaaria, sempre uguale a tutte le altre, tanto che a volte è difficile capire che giorno della settimana sia: il lavoro è iniziato convulso già dalle 8 di mattina perchè bisognava fare un puntato midollare da mandare a Meru per citologico prima delle 9.
Poi, come al solito, lista operatoria lunghissima (ultima isterectomia terminata alle 19) ed un numero infinito di pazienti ospedalieri e ricoverati...ecografie, gastroscopie, elettrocardiogrammi, ecc.
E' così ogni santo giorno, senza soluzione di continuità.
Ma oggi qualcosa è successo che ha rotto la monotonia della nostra vita di servizio, e ci ha dato qualche brivido.
Erano circa le due del pomeriggio quando la nostra infermiera Eugenia, ha visto un lungo serpentone verde passarle davanti, sul marciapiede antistante la clinica ante-natale dove essa lavora.
Naturalmente si è spaventata a morte ed ha iniziato ad agitarsi ed a chiamare i soccorsi.
Tutto questo frastuono ha evidentemente disturbato il rettile che ha deciso di fare dietrofront e di dirigersi nuovamente verso la nostra siepe di recinzione per salire su un albero che evidentemente era il suo nascondiglio.
La gente però era già accorsa (dipendenti, ma anche parenti dei malati presenti in quel momento per l'orario di visita) con grossi pietroni.


Lo hanno inseguito e "lapidato" mentre disperatamente cercava rifugio attorcigliandosi su su per il tronco dell'albero.
Era una scena convulsa in cui tutti urlavano e tiravano sassi. Io non facevo nulla in quel caos totale che si era creato e che la nostra Concetta sembrava coordinare professionalmente.
Mi limitavo a guardare la scena ed a meravigliarmi per il modo in cui il colore del rettile gli permetteva di mimetizzarsi quasi completamente sulla corteccia di quella pianta: "chissà quante volte sono passato di qui e lui mi ha guardato, senza che io potessi notarlo a motivo della sua perfetta tuta mimetica".
Alla fine però le pietre hanno avuto la meglio ed il serpente è caduto a terra.
Non ho visto bene chi gli ha lanciato sulla testa il pietrone fatale che lo ha definitivamente ammazzato.
Da morto faceva meno paura, ed è stato possibile rendersi conto che si trattava di un enorme esemplare di mamba verde...il famoso "sette passi" del film di Verdone "Nel Continente Nero".
E' velenossimo. Meno male che non ha morsicato nessuno.
Secondo la tradizione locale lo abbiamo poi bruciato perchè la nostra gente pensa che, se lo si seppellisce solamente, le uova che il serpente ha nella pancia possono ancora schiudere, e ne nascono quindi centinaia di altri.
Rievocando quanto avvenuto oggi, Fr Giancarlo ha detto: "e pensare che io vado in ufficio tutte le sere dopo cena camminando al buio. Mi sa che da stasera userò una torcia".

Fr Beppe





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