Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 12 dicembre 2015

Cesareo o parto naturale?

Negli anni è sempre stato molto difficile per me gestire da solo questa decisione, quando mi trovo davanti a donne che hanno avuto un taglio cesareo pregresso.

Normalmente esse sempre desiderano provare a partorire per via naturale e non vogliono un secondo cesareo.
Le mie ripetute esperienze di brutte complicazioni, come la rottura d'utero, a volte anche fatale, mi hanno spesso reso molto restio nel concedere un "trial of scar", cioè un tentativo di travaglio a mamma con pregressa cicatrice.
Insistevo per il cesareo, ponendo come razionale il fatto che le complicazioni possibili sono generalmente molto gravi, che la mamma aveva atteso nove mesi per aver un bambino vivo e non certo uno morto.
Spiegavo alle partorienti che il nostro personale non è così numeroso come in Europa e che soprattutto di notte si possono sottostimare segni di pericolo ed intervenire quando è già troppo tardi per la mamma e per il bimbo.
Con gli anno però mi sono via via ammorbidito ed ho acquistato una maggiore elasticità: prima di tutto ho compreso che spesso per le nostre donne il cesareo è una vera sconfitta e che esse si sentono più mamme se partoriscono per via vaginale. 


Questo aspetto a volte causava delle tensioni tra me e loro, quando io insistevo troppo per il cesareo e loro non lo volevano: qualcuna è addirittura andata via dall'ospedale per farsi ricoverare altrove, dove i medici le avrebbero consentito di provare a partorire, sebbene avesse la cicatrice.
Oggi normalmente lascio la decisione alla mamma stessa, se non ci sono controindicazioni assolute al parto naturale ( come per esempio nel caso di una disproporzione cefalo-pelvica).
Se il cesareo precedente era stato prescritto in risposta a complicazioni temporanee della pregressa gravidanza (placenta previa, abruptio placentae, malpresentazione), normalmente discutiamo dei pro e dei contro e poi la donna prenda lei la decisione finale, se al presente non si sono ripetute le condizioni che avevano portato precedentemente al cesareo.
Naturalmente, quando abbiamo un travaglio in corso per una mamma con pregresso cesareo, viviamo ore di tensione, in cui tutti siamo più attenti nel follow up, per cogliere segni di complicazione il più presto possibile.
C'è da tener conto che noi non abbiamo il cardiotocografo e che l'attività cardiaca fetale viene normalmente monitorata con un vecchio fetoscopio a trombetta.
Anche oggi una donna ha scelto il "trial of scar" e l'abbiamo lasciata libera di farlo: il travaglio è andato bene e lei ha partorito normalmente: il pregresso cesareo era stato dovuto a presentazione podalica in primipara.
Un'altra invece questa sera ha voluto assolutamente il cesareo ed ha detto che non avrebbe potuto sopportare i dolori che provava: io l'ho accontentata anche perchè il liquido amniotico era quasi del tutto finito. Lei aveva una cicatrice da pregresso cesareo, fatto in emergenza a motivo di una abruptio placentae.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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