Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

domenica 13 dicembre 2015

Domenica difficile

Sono le 18. L’ospedale si è finalmente calmato in un silenzio che per Chaaria non può durare tanto.
Ed infatti, dopo pochi minuti di relax di fronte ad una tazza di caffè, sento il vociare disperato di una donna provenire dalla sala di attesa. Chiedeva aiuto e piangeva.
Ormai so riconoscere le urla dei miei malati, e mi è quindi chiarissimo che non si tratta delle doglie di una partoriente. Mi sembrano piuttosto lamentazioni che sanno di morte.
Corro fuori dal mio studio e trovo Lillian, la nostra clinical officer, che già si è presa cura di un bimbo di circa un anno di età.
La sua mamma le sta dietro le spalle, e continua ad urlare disperata.
Lillian ha l’occhio depresso quando mi guarda supplichevole, subito dopo aver ascoltato il torace del bambino.
Con un cenno impercettibile della testa mi fa un segno di negazione.
Capisco al volo il suo messaggio subliminale e comprendo anche che devo essere io a dare la notizia alla genitrice.
Mi prendo qualche secondo, trattenendomi con il mio fonendo sul petto del piccolo: disperatamente cerco qualche segno di attività cardiaca o respiratoria che però non trovo... o forse semplicemente non ho il coraggio di affrontare la donna e stupidamente mi nascondo dietro al mio ritardo.
Poi, finalmente trovo le forze e guardo la mamma, la quale dai miei occhi capisce tutto e mi chiede: “non c’è più?”
Anche io, come Lillian, non ho il coraggio di parlare e faccio solo un piccolo segno di diniego con la testa. La donna urla ancora di più, picchia ripetutamente la testa contro il muro e poi, con sorpresa di tutti, afferra il bambino dalla barella, se lo stringe al petto e corre verso il cancello per scappare dall’ospedale. 


La seguiamo e le impediamo la fuga, ma non riusciamo a toglierle il figlio morto dal petto. Piange, si dispera, lo chiama, lo tocca, cerca di svegliarlo, non se ne vuole separare. Non vuole che la morte le porti via la sua creatura.
Cerchiamo di calmarla, ma lei si dispera ancora di più; chiama Dio e gli chiede il miracolo, poi piange disperatamente; quindi mi guarda e ripete: dottore, dottore, quasi a rimproverarmi che me ne sto con le mani in mano e non faccio nulla per salvare suo figlio.
La donna è sola, non ci sono parenti con lei, ed è dura per noi riuscire a toglierle di dosso il cadavere del suo piccolo. Ancora più dura è cercare di capire che cosa sia effettivamente successo: abbiamo solo capito che la donna è di Giaki, a quattro chilometri da Chaaria.
Ci ha detto che un bambino più grande ha dato a suo figlio dei fagioli, dopo di chè il bimbo ha cominciato a non respirare bene.
Pensiamo che possa essere un caso di soffocamento con qualche legume che ha imboccato le vie respiratorie. Non possiamo però esserne sicuri: il bimbo era morto quando è arrivato in ospedale.
La mamma ora è ancora in sato confusionale; siamo però riusciti a darle un po’ di valium. Speriamo che qualcuno dei parenti venga a cercarla quando non la vedrà arrivare a casa per la notte. Ora per noi è molto difficile anche sapere con esattezza dove dovremmo accompagnarla... la teniamo in ospedale e speriamo che prenda sonno grazie ai farmaci. Domani, con più calma, potrà dirci qualcosa di più e noi saremo in grado di aiutarla ad andare a casa, e forse anche a capire cosa sia capitato al suo bambino.
Che brutto modo di concludere una domenica veramente dura!

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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