Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 17 dicembre 2015

I problemi si accavallano sempre

E' giovedì e, come al solito, la giornata comincia con la lezione di Medicina. Oggi parliamo di carcinoma dell'esofago e presento i dati statistici della nostra endoscopia digestiva per il 2015. 
Rimaniamo tutti sbacaliti dal numero di tumori dell'esofago che abbiamo qui a Chaaria e dal fatto che l'età media sembra abbassarsi sempre di più.
A metà lezione vedo però che Jesse viene accompagnato fuori da un infermiere: evidentemente non sta bene, ma io continuo a parlare perchè sono il docente.
Mi interesso di lui subito dopo aver finito la presentazione, e mi viene detto che ha avuto un calo pressorio importante, probabilmente causato da un attacco malarico ancora in terapia medica.
Grande Jesse! Lui è davvero un'eccezione in questo: anche se malato, lui viene a lavorare e non approfitta quasi mai della possibilità di mettersi in mutua.
La cosa mi fa doppio piacere adesso che Mbaabu è in ferie, e quindi sarei senza anestesista se Jesse dovesse assentarsi per malattia: in questo mese già lo sono nel week end, e per me non è per nulla facile essere sia chirurgo che anestesista.
Mentre i clinical officers si stanno prendendo cura di Jesse, a me viene presentato un giovane uomo di Chaaria: è in preda a dolori addominali lancinanti, ha chiari segni di peritonismo e sta davvero
male. L'ecografia mi suggerisce una peritonite con perforazione intestinale (c'è infatti liquido libero nella cavità peritoneale).



Ora il problema è Jesse: se lui non si rimette in piedi, dobbiamo trasportare il paziente a Meru perchè certamente da solo non posso fare anche l'anestesia generale.
Lui però si sente un po' meglio dopo le prime cure dei colleghi e decide di rimanere...meno male, così possiamo operare!
Ci rendiamo conto che si tratta di una peritonite da ulcera duodenale perforata che riusciamo a suturare senza grosse difficoltà. Stiamo chiudendo la fascia quando in sala entra la dottoressa Khadija
ad informare che in maternità c'è un prolasso di cordone con necessità di cesareo immediato.
Libero due assistenti che corrono a preparare la sala piccola.
Il problema che nasce in questo momento è chi farà l'anestesia spinale per il cesareo. Jesse non si può spostare perchè ha il paziente intubato.
Decido quindi di lasciare alle mie assistenti il compito di chiudere la cute ed a Jesse quello di estubare l'operato, seguendone il risveglio, mentre io mi precipito dall'altra parte per la spinale.
Trovo tutti già pronti per operare, metto la mamma sul fianco e fortunatamente l'anestesia mi riesce al primo colpo. La dottoressa Khadija esegue il cesareo insieme ad Ela ed a Maureen; il bambino sta
bene e piange vigorosamente, e per mia fortuna anche la mamma rimane stabile e non dà problemi anestesiologici durante il corso dell'intervento.
Finiamo il cesareo ancor prima che Jesse riesca a svegliare completamente il paziente peritonitico.
Anche quest'oggi abbiamo sperimentato quanto caotica possa essere Chaaria in certi momenti.

Fr Beppe

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