Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 16 dicembre 2015

"Perché leggere Polvere Rossa” di Beppe Gaido - Mariapia Bonanate - Ed.San Paolo, 2015

Ho conosciuto Fr.Beppe Gaido, medico chirurgo a Chaaria (Meru-Kenya) in servizio attualmente al Mission Hospital dei fratelli “cottolenghini” della “Piccola Casa” di Torino,alcuni anni fa. 
E l’ho conosciuto per caso attraverso delle toccanti testimonianze pubblicate periodicamente su ”Il nostro tempo”, il settimanale culturale cattolico della Diocesi di Torino, di cui per altro Mariapia Bonanate era, allora, il vice-direttore. 
I reportage dal Kenya mi avevano interessato particolarmente perché, da studentessa universitaria, avevo seguito il lavoro di un medico missionario del Cuamm di Padova, con il quale era nata gradualmente un’arricchente amicizia. Medico il mio amico di allora, anch’egli piemontese, precisamente nativo di Novara, operante in Kenya: tra Wajir prima e Mandera poi. Zone quelle del nord-est del Paese, frontaliere con la vicina Somalia, molto difficili allora. 
E non diversamente difficili, purtroppo, ancora oggi da quel che apprendiamo giornalmente dalle agenzie. Scrivo questo perché l’interesse per il mondo medico missionario c’è sempre stato in me anche se le scelte di vita successive sono state altre. E questo per motivazioni legate al periodo storico in cui frequentavo l’università (fine anni ’60 e primissimi anni’70) e al contesto familiare, che vedevano da parte dei genitori una ragazza più dedita all’insegnamento, con tanto di famiglia in seguito, che alla professione medica e, per giunta, da esercitare in Paesi in via di sviluppo. 
Con la pubblicazione di “A un passo dal cuore”, sempre di Gaido e Bonanate (testimonianza pure essa edita dalla San Paolo), ho cercato, quando è uscito nelle librerie qualche anno fa, di cercare di completare la conoscenza di quella realtà che era Chaaria, di cui avevo appreso appena qualche anno prima su “Il nostro tempo”. 



Dedicandomi poi, appena libera dall’insegnamento, alla costruzione di un blog in internet, in cui poter parlare d’Africa sotto il profilo storico-politico-sociale-umanitario e, successivamente, aprendomi per mio conto una pagina su facebook per far conoscere possibilmente anche ad altri i contenuti del mio blog, ti scopro per caso,e solo alcuni mesi fa, che Fr. Beppe Gaido ha anch’egli una pagina facebook, che Chaaria ha la sua bella pagina e anche un blog e un sito tutto suo. 
Una scoperta interessante, che mi porta a contattarli subito con entusiasmo e vivo interesse. Diciamo che, dinanzi alla scoperta, non mi pare vero che io possa dialogare giornalmente con quel medico e i suoi collaboratori,di cui appena qualche anno prima avevo letto i resoconti del suo lavoro in Kenya. 
Ecco, dunque, cosa significa un valido utilizzo dei social network. Ma adesso andiamo a parlare, giustamente, di “Polvere rossa”, lo splendido libro-testimonianza, scritto a quattro mani da Beppe e Mariapia e non solo: con la collaborazione discreta e competente di tantissimi amici, che amano e stimano Fr.Beppe e che hanno voluto, appunto, che il libro assolutamente andasse in stampa. 
“Polvere rossa” ci aggiorna sul percorso compiuto da Chaaria (Beppe ci arriva dal Tanzania nel lontano 1998 quando è appena un dispensario privo di tutto) e ci fa incontrare, come nel primo libro, giorno dopo giorno, i protagonisti di una meravigliosa realizzazione, nata dalla dedizione, professionalità e generosità di tanti uomini e di tante donne fortemente motivati. E con loro ovviamente i malati, uomini, donne, neonati, bambini, adolescenti, che vengono accolti e soccorsi, senza risparmio di forze, a qualunque ora del giorno e della notte. 
Gente semplice quest’ultimi, spesso non abbiente, impossibilitata a dare anche quel minimo indispensabile che , messo nell’unico calderone, consentirebbe a Chaaria di camminare con le proprie gambe e con una modesta discreta autonomia economica. 
Trattandosi anche in questo caso di un quasi-diario il lettore attento si pone in ascolto delle necessità, dei problemi, quelli che sorgono di norma nel contesto ospedaliero, talora inaspettatamente, e che si tenta di risolvere alla bene e meglio. 
Ma è messo nelle condizioni di prestare attenzione sopratutto anche agli stati d’animo di Fr.Beppe e dei suoi collaboratori. E questo sia quando le cose vanno bene che quando accade esattamente il contrario. Nulla è mai taciuto. Vita e morte. 
Una continua altalena nella quotidianità di Chaaria. Successi, soddisfazioni…certo. Ma anche insuccessi, sconfitte, momenti di sconforto. Com’è naturale che sia in tutte le imprese umane. 
Ma c’è qualcosa di speciale, comunque, al Mission Hospital di Chaaria, che fa cancellare in un breve lasso di tempo il negativo. E’ la fede dei suoi abitanti. Una fede molto speciale, che fa dire a Beppe che nessuno di coloro che hanno transitato o transitano da Chaaria (pazienti e no) ne è privo. 
Non importa in quale “dio” la persona creda. Cristiano, musulmano, animista. Non importa. Importante è credere in un “Padre” che veglia sulla tua persona. E la cosa è decisamente palpabile se ci sforziamo, assieme a chi opera a Chaaria, di essere dei buoni osservatori. La fede di Fr.Beppe, in particolare, assieme a quella di molti di coloro che condividono la sua missione (mi riferisco ai suoi stretti collaboratori), è proprio qualcosa di straordinario. Direi che è una fede contagiosa. Una fede che nasce da una spiritualità avvezza ad aprire gli occhi sul dolore tutti i giorni così come parimenti sulla gratitudine per i doni ricevuti. 
Per primo quello della vita. E cioè di poter essere utile agli altri, proprio grazie ad esso. Ascoltare Fr.Beppe narrare dei suoi stati d’animo nei diversi momenti del giorno,anche quando qualcosa non va per il verso giusto, è un’iniezione di fiducia e di abbandono nelle mani del Padre. 
Un invito da lui per tutti. Quali che siano le vicissitudini in cui lui o noi possiamo essere incappati e, con esse, la tentazione di una resa, sempre in agguato (la carne è debole) ma che, in fin dei conti, non ha ragione d’essere proprio mai. 
Chaaria è una scuola oltre che un ospedale. S’impara a ogni istante. Non impara chi proprio non vuol vedere e ascoltare. “Polvere rossa” è un testo propedeutico a quella “scuola” di vita. 
Va assolutamente letto. E non è piaggeria la mia. Persino la natura-protagonista lì insegna a ogni passo e ci ricorda quanto sia importante il rispetto assoluto che le dobbiamo. 
Luoghi come Chaaria, più o meno fortunati per presenza o mancanza di infrastrutture e servizi, in Africa ce ne sono tanti. Lo sappiamo. Ma il miracolo di Chaaria nasce dalla sequela a Cristo Crocifisso, che si fa testimonianza. Dalla preghiera che diviene agire, fare. E che ha radici lontane. Parlo di San Giuseppe Cottolengo, che volle nella “Piccola Casa” che la “carità” fosse al primo posto. 
E per “carità” Egli intendeva la donazione totale di sé ai fratelli meno fortunati, feriti nel corpo e nello spirito. Parlo, dunque, del famoso quarto voto. Il più difficile ma, senza dubbio, il più gratificante da mettere in pratica.


Marianna Micheluzzi



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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