Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 31 dicembre 2015

L'ultimo intervento programmato...

Erano le 19.30 di questa sera, quando abbiamo finito l'operazione numero 3059 del 2015. Rispetto al 2014, l'aumento del numero di interventi è notevolissimo: oltre 150 in più dell'anno precendente.
Naturalmente da qui a mezzanotte potrebbe ancora scapparci il cesareo o qualche altra emergenza.
Ma l'ultimo intervento programmato è finito, ed è stato molto impegnativo ed altrettanto formativo.
Ancora una volta ho imparato dai pazienti, che sono i nostri veri maestri di vita.
Si trattava di una donna ricoverata ieri notte.
Mi avevano chiamato perchè all'infermiere pareva un addome acuto.
L'avevo visitata mezzo addormentato, ma mi sembrava che non si trattasse di una paziente chirurgica. Avevo quindi messo la terapia, ritenendola un caso di gastrite o di ulcera peptica.
Questa mattina la donna non era migliorata affatto; me l'hanno fatta rivedere, ma ancora non mi pareva chirurgica. Ho confermato la terapia instaurata e mi sono permesso di dire agli infermieri una frase di cui ancora mi pento, perchè superficiale: "penso che ci sia una componente di esagerazione nella sintomatologia lamentata dalla paziente".
Alle 17 è stata Sr Anna a chiamarmi nuovamente nel reparto donne: era preoccupata e voleva che visitassi di nuovo la paziente che si contorceva nel letto e, quando in piedi, doveva camminare gobba per ridurre i dolori addominali lancinanti.


Ho ripetuto a Sr Anna che gli esami non mi parevano suggestivi di addome acuto e che l'ecografia non indicava una perforazione di viscere addominale. Pure la palpazione della pancia non suggeriva un chiaro peritonismo, anche se era un po' più rigida del mattino.
"Apriamola comunque, ed andiamo a vedere di cosa si tratta...tanto per non avere rimorsi dopo", ho detto alla consorella.
Ed in effetti la situazione era davvero chirurgica, e meno male che siamo intervenuti: c'era una appendicite retrocecale (probabilmente cronica e ricorrente), accompagnata da estesissime aderenze, che avevano causato due volvoli ileali. La donna era chiaramente occlusa, e siamo arrivati appena in tempo per prevenire la necrosi intestinale.
Abbiamo eseguito l'appendicectomia; abbiamo liberato le aderenze ed abbiamo derotato i due volvoli.
E' stato un intervento lungo, ma fortunatamente non è stato così difficile con le aderenze e con i volvoli. L'appendice retrocecale ci ha dato qualche preoccupazione, ma poi siamo riusciti a toglierla...soprattutto non abbiamo causato alcuna perforazione intestinale.
La prima persona che ho incontrato all'uscita della sala operatoria è stata Sr Anna, che mi ha semplicemente chiesto: "e allora?"
Le ho spiegato la situazione della paziente nei dettagli e poi le ho semplicemente detto: "il malato ha sempre ragione, ed io sono stato superficiale a non crederci".
Con questa storia di vita chaariana, auguro ancora a tutti un felice anno nuovo, mentre mi appresto ad andare a Messa dove aspetteremo il nuovo anno in preghiera.

fr Beppe


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