Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 28 gennaio 2016

I cesarei notturni

Anche stanotte non c'è pace. Speravo proprio di andare a dormire presto dopo che ieri abbiamo finito l'ultimo cesareo a mezzanotte...e invece!!!

Stanco morto mi avvio in sala operatoria: da Mukothima infatti era arrivata una partoriente con distress fetale. L’anestesista di notte e’ assente, per cui ci dobbiamo aggiustare: gli unici sul campo siamo io, Makena e Gatwiri; chiamo naturalmente anche Giancarlo. Come al solito in questi casi, devo fare sia l’anestesista che il chirurgo.
Pratico la spinale con successo, ma la mamma non collabora… dice sempre di aver dolore e sostiene che l’anestetico “non e’ penetrato”.
Resisto per un po’ e poi mi arrendo: devo ripetere la puntura lombare, perchè forse ho iniettato la medicina fuori dal canale vertebrale.
Anche dopo la seconda dose la donna asserisce di avere ancora male: questi sono i casi in cui alla fine ci ritroviamo a gestire una gravissima complicazione... c’è incomunicabilità tra noi e la malata che è così spaventata dall’ipotesi di soffrire, che arriva a mentire sull’effetto anestetico: forse pensa che si tratti di “una generale”, e quindi attende il momento dell’addormentamento. Infatti, come prevedevo, mentre ancora mi sto lavando, la mamma smette di respirare.
Devo accorrere e usare l’ambu per la respirazione assistita. Non c’e’ tempo di aspettare: mentre Gatwiri mi aiuta con i farmaci da praticare per la rianimazione, ed io continuo a pompare ossigeno in quei polmoni paralizzati, Makena deve aprire la pancia, anche se non è un medico.


Come sempre, lei e’ bravissima: non si scompone, e pian piano estrae un bambino con chiari segni di sofferenza asfittica, ma ancora vivo. Io nel frattempo sono ancora impegnato perche’ la paziente non respira e Gatwi non e’ capace a usare l’ambu. Dico a Make di iniziare a chiudere l’utero da sola. Mi dice che le tremano gambe e piedi… ed io le rispondo che tremano anche a me, ma che non ci sono alternative.
Dopo altri dieci minuti che ci sembrano eterni, la paziente riprende la respirazione spontanea, anche se molto superficialmente. Lascio i compiti anestetici a Gatwi, mi lavo e aiuto Makena a chiudere... La mamma rimane incosciente fino all’ultimo punto sulla cute, ma poi finalmente apre gli occhi e si mette a parlare: non si ricorda niente.
Chiede del bimbo che fortunatamente si e’ ripreso, e, ringraziando il Signore, sembra ora fuori pericolo.

Fr Beppe


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