Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 5 gennaio 2016

L'obiettivo violento


In questo breve scritto usero’ solo iniziali del tutto inventate per raccontare dei fatti veri, e magari portare ad una riflessione che  spesso non facciamo….

PRIMO EPISODIO
B. ha una bellissima macchina fotografica digitale, di quelle con teleobiettivo. A prenderla in mano pesa un bel po’. Lui ha un interesse particolare a fotografare scene di vita in ospedale. Gli ho detto tante volte che bisogna essere prudenti, quando si riprendono delle persone, o quando si entra nella loro privacy. L’ho raccomandato di informarmi ogni volta che intende far foto sulle folle (per esempio in sala di attesa, o all’ingresso di un camerone). Pero’ B. sembra non tener molto conto di quanto gli dico, finche’ un giorno, nel corridoio dell’ambulatorio sento dei disordini. Mi affaccio pensando alla solita diatriba tra malati, su chi deve passare prima per le visite, ed invece vedo il nostro amico italiano circondato da uomini vociferanti che quasi lo vogliono picchiare. Ho il mio bel “da fare”, insieme ai wathcmen per calmare la sedizione: “Perche’ questo Muzungu ci fa delle foto senza neppure chiedere il permesso? Dove le porta poi? Cosa se ne fa? Adesso vogliamo essere pagati”. 




“Non comportatevi cosi’, per piacere... Da dove pensate che prendiamo i soldi per sussidiare i prezzi quasi irrisori di questo ospedale? Ringraziate invece il Signore che ci siamo dei Bianchi che scattanno delle foto, le fanno vedere agli amici, le proiettano nelle parrocchie, e poi ci mandano tanti soldini”... mi sono salvato in corner, ed il gruppetto di rivoltosii si calma; ma tra me penso che abbiano ragione. A tal proposito mi viene in mente di quando tre anni fa in Italia dovevo cambiare le lenti dei miei occhiali. Sono entrato in un negozio di ottica con la prescrizione dello specialista, e l’hopresentata al bancone. Con mia grande sorpresa, la gentile signora del negozio mi consegna un bel po’ di fogli da firmare, per la “privacy”, e mi dice che la devo autorizzare a leggere la ricetta del mio oculista. “Che scoperta che la puoi leggere... se ho bisogno delle lenti e te le chiedo, e’ automatico che devi consultare la prescrizione”.
“No, signore, la legge dice che lei deve firmare il consenso”.
Queste cose mi fanno pensare che a volte ci siano anni luce tra noi qui a Chaaria e l’Europa; o semplicemente che forse qualcuno si sente libero di fare qua delle cose che mai farebbe in patria.

SECONDO EPISODIO
I volontari sono andati a fare una gita lontano da Chaaria. Il panorama e’ bellissimo. Ad un certo punto A. vede una vecchia curva sotto una enorme fascina di legname. La donna cammina scalza sulla strada sassosa. La tentazione e’ fortissima! A. chiede all’autista di fermare l’auto; scende di botto, e scatta alcune foto alla donna senza rivolgerle neppure una parola. Poi si gira verso gli altri nella macchina, soddisfatto per il trofeo che ora potra’ far vedere in Italia; ma ad un certo punto viene investito da un fiume di parole roventi, anche se incomprensibili. La vecchia e’ davanti a lui con un pietrone in mano e minaccia di colpirlo. Joseph saggiamente gli dice di non tentare di calmarla e di salire in macchina in fretta. A. riesce appena a chiudere la portiera, quanto il sasso colpisce violentemente il finestrino, fortunatamente senza mandarlo in frantumi. Nel frattempo un drappello di curiosi si era radunato vicino al fuoristrada, ed e’ stato un frangente imbarazzante per tutti i volontari, quando la macchina ha dovuto farsi strada tra persone che urlavano in una lingua sconosciuta.

TERZO EPISODIO
M. e gli altri volontari sono andati in gita a Rikana. Il villaggio e’ poverissimo e le case sono di fango e paglia. Avevo raccomandato loro di stare molto attenti nel fotografare le capanne, perche’ la gente non capirebbe il senso di documentere la loro poverta’ ed arretratezza. Avevo suggerito di puntare l’obiettivo solo quando non c’era nessuno nei pressi delle baracche.Ma si sa che poi quando l’entusiasmo molta alle stelle, il dito sul pulsante della macchina fotografica diventa irrefrenabile. Vedo M. fotografare dei bambini facendo loro dei primissimi piani... e fin li’ non vedo grossi problemi, perche’ i piccoli sono semplici ed e’ sempre possibile farli felici con una caramella.
Il problema e’ nato quando ci si e’ presentata davanti una scena di vita agreste davvero suggestiva: nel cortile di una capanna di paglia una donna coperta di stracci sta pestando il granoturco nel mortaio. Una marea di bimbi seminudi si sta rincorrendo nell’aia. Poco lontano un uomo e’ seduto a terra, apparentemente intento a sciegliere i virgulti migliori di tabacco per poi piantarli. La tentazione e’ troppo forte! Non si puo’ perdere una scena del genere! Ed in pratica sarei anche stato d’accordo nel ritenere che sarebbe stata una foto ad effetto. Solo che M. avrebbe dovuto parlarmene. Io avrei potuto dialogare con quella famiglia, che quasi  sicuramente avrebbe accettato, magari dopo una piccola offerta, di cui certamente avrebbero avuto bisogno. Ed invece no! M. decide di fare il “rambo”. Si avvicina a quel cortile e comincia a scattare a ripetizione, quasi stesse usando un mitra. Tutto e’ successo in un attimo: senza dire una parola l’anziano padrone di casa afferra la panga e prende ad inseguirci. Siamo scappati senza problemi ed abbiamo raggiunto l’autovettura distanziando il povero settantenne che continuava a brandire il suo strumento a distanza. Pero’, che umiliazione!
Tra me penso: ma se noi vivessimo nella casa piu’ sgangherata del quartiere, e tutti i giorni vedessimo degli sconosciuti ben vestiti che vengono a fotografare le nostre povere cose, e poi se ne vanno senza dirci una parola, senza degnarci di un saluto, senza comunicarci quale sia il fine di quegli scatti... come ci sentiremmo? Non sara’ che inconsciamente ci sentiamo un po’ superiori e riteniamo di non dover chiedere il permesso a chi e’ diverso, piu’ arretrato e piu’povero di noi?

ULTIMO EPISODIO
Z. invece porta sempre la macchiana fotografica in tasca e continua a scattare foto sia in sala operatoria, sia in sala parto. Provo a parlarle una volta, ma lei sembra del tutto refrattaria. Davanti a me dice di aver capito il problema e di non voler ripetere, ma poi le cose non cambiano. In sala per esempio le avevo detto di puntare l’obiettivo solo quando le persone sono completamente coperte dai teli verdi; quando sono addormentate o quando non possono vedere l’apparecchio fotografico. Purtroppo pero’ le mie assistenti mi confermano che, appena io mi assento dalla sala, il flash continua a funzionare non-stop. Sono stufo di parlare, perche’ poi, alla fin della fiera, io vengo considerato come il solito borbottone noioso e veterotestamentario. Poi, con mia sorpresa, oggi le infermiere di sala parto hanno chiesto una riunione urgente e mi hanno detto che non avrebbero continuato a lavorare se non avessi risposto alle loro domande. Mi aspettavo la solita questione sindacale, e la richiesta ormai noiosa per me di un ulteriore aumento di stipendio. Invece, la responsabile di sala parto, ha esordito con una frase a sorpresa: “Caro Brother, adesso desideriamo che tu ci spieghi compiutamente quale sia la differenza la nudita’ di una donna bianca e quella di una donna di colore”. La affermazione cosi’ brutale mi lascia senza parole, e non so bene se sorridere o se mettermi a piangere. Allora l’infermiera continua: “Ti chiediamo di dire a Z. che non e’ piu’ gradita nel nostro dipartimento, e che le foto che continua a scattare durante i parti puo’ continuare a farle in qualche ospedale nella sua patria. Questo e’ decisamente contro la nostra cultura... soprattutto se non c’e’ una necessita’ scientifica e non c’e’ il consenso della partoriente”. Senza parole per la giusta umiliazione inflittami dal mio staff, decido che devono essere loro a parlare direttamente con Z., perche’, se glielo dicessi io, non otterrei nulla, mentre una presa di posizione cosi’ dura da parte delle infermiere locali potrebbe sortire l’effetto desiderato.
Questo fatto mi ha portato a ripensare a quanto un’altra volontaria mi aveva detto, e cioe’ che, quando era stata in Iran, per rispetto di quella cultura, aveva sempre indossato il velo nero in testa. A volte mi chiedo come mai non ci facciamo le stesse domande per rispettare anche la cultura di questa povera gente.

In conclusione di questo romanzo a puntate, vorrei dire che e’ opportuno usare l’obiettivo con parsimonia e con tanto rispetto, soprattutto quando lo puntiamo sulle persone  e sulle loro proprieta’.
Doppio rispetto va poi tributato al corpo malato ed alla privacy di chi e’ indifeso a causa della malattia. La macchina fotografica e’ infatti uno strumento stupendo, ed anche il blog ha continuamente bisogno di documentazione fotografica... Le foto fanno intuire meglio le situazioni e commentano visivamente quanto scriviamo... ma stiamo attenti a non trasformare l’obiettivo fotografico in un’arma che puo’ offendere ed umiliare.

Fr Beppe

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