Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 15 febbraio 2016

Anche questa è fatta

Vado a letto euforico, dopo una giornata tremenda in cui i pazienti avevano messo a dura prova la nostra resistenza fisica.
La ragione della mia gioia sta nel fatto che nell’ultimo cesareo della estenuante giornata ho visto quasi un miracolo avvenire davanti ai miei occhi: erano infatti le 22 quando era arrivata quella mamma con il prolasso del cordone ombelicale.
Noi lo sappiamo che si tratta di una complicazione tremenda, che porta ad una mortalita’ neonatale molto vicina al 100%.
Ma il fetoscopio ci aveva confermato la presenza di battito cardiaco.
Ecco quindi che abbiamo iniziato la nostra corsa contro il destino: volevamo farcela e salvare quella creatura.
Il tempo intercorso tra la rasatura, il reperimento della vena e la preparazione pre-operatoria non ha superato i cinque minuti. Ho fatto la spinale con la paziente sul fianco per evitare pressioni sul cordone, e la Provvidenza ha voluto che “mi venisse” al primo colpo.
Aprire i vari strati sotto la cute non ha richiesto piu’ di due minuti, ed ecco che abbiamo estratto una bella bambina che si e’ messa a strillare forte gia’ sul lettino operatorio.


Che bello! E’ forse il terzo caso in dieci anni che riusciamo a salvare dalla morte.
Ora ci possiamo rilassare e continuare l’operazione con i tempi e la calma necessari, anche se la stanchezza ci impedisce persino di parlare. La nostra gioia e’ grande, ma siamo cosi’ stremati che non riusciamo ad esprimerla.
Usciamo dalla sala madidi di sudore ed imbrattati di sangue; poi ci scambiamo occhiate compiaciute e pacche sulle spalle: “anche questa e’ fatta! Andiamo a letto subito prima che ci chiamino nuovamente!”.

Fr. Beppe Gaido


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