Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 28 aprile 2016

Le nostre strade

Basta che piova per una notte intera e pensare di spostarci nella stagione delle piogge diventa un incubo.
Le strade si trasformano in stagni di fango ed acqua in cui l'automobile sprofonda fino a toccare terra con l'albero motore.
Quella che durante l'anno è la "polvere rossa" che ti entra in tutti i pori, adesso diventa un fango viscido e saponoso su cui la vettura slitta come sul ghiaccio.
A volte le nostra potenti auto a "quattro ruote motrici" che la farebbero anche a continuare nel loro lento incedere, ma la strada è sbarrata da un'altra vettura impantanata e messa di traverso.
Sovente il problema più grande non siamo noi ad averlo, ma quelli davanti a noi, che però ci bloccano la strada e ci impediscono di continuare. Diventa allora una specie di cordata in cui tutti scendono nel fango, si sporcano fino alle orecchie e si impegnano per tirar fuori un veicolo da un fosso, anche per fare in modo che gli altri possano passare a loro volta.
I nostri "nemici" stradali principali nella stagione delle piogge sono certamente i camion: sono pesanti, vecchi e senza le quattro ruote motrici.
Se te ne trovi uno impiantato davanti, sei completamente finito e rischi di passare la notte in vettura: è infatti completamente impensabile trainare un mezzo pesante con una vettura più piccola che a sua volta scivola sul fango.


Nella stagione delle piogge diventa una tragedia dover andare a Meru per far fare i raggi ai nostri pazienti, oppure per comprare cibo, ossigeno, medicine, diesel per i generatori od altre cose necessarie al funzionamento dell'ospedale.
Sai quando esci dal cancello, ma non sai se ci ritornerai...e soprattutto non sai quando.
Pure andare a lezione a Meru il mercoledì sera diventa un terno al lotto: questa settimana per esempio sono riuscito miracolosamente a rientrare, pur avendo incontrato ben due camion impantanati in punti diversi della strada...ma per farlo, ho dovuto rischiare grosso ed
entrare con la macchina in un torrente che fiancheggiava la strada; per fortuna l'acqua e la corrente non erano eccessive e sono riuscito ad uscirne senza grossi problemi e senza danneggiare il veicolo.
La stagione delle piogge è certamente una benedizione per la campagna e per i contadini: per noi e per i malati che non riescono a raggiungere l'ospedale è certamente anche un periodo molto difficile.
Quando piove. si sente anche un po' più soli ed isolati dal mondo; di notte ci fanno comunque compagnia migliaia di grilli, cicale e rospi, che intonano cantilene infinite mescolate al rumore dell'acqua che scende dal cielo a secchiate.

Fr Beppe







1 commento:

Unknown ha detto...

Beppe non sei solo i pensieri ti sono accanto costantemente e i progetti per tornare sono già una realtà .
Un abbraccio a te e a tutto l'ospedale
Marco Massi


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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