Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 16 aprile 2016

Noi ed i poveri

Da sempre sono alla ricerca della condivisione di vita con i poveri.
Mi affascinano le parole di Charles de Foucauld che "vuole essere povero tra i poveri". Mi toccano gli insegnamenti di Padre Andrea Gasparino che ci ricorda che "solo i poveri comprendono i poveri".
Ma è ovvio che povero io non sono, anche se onestamente posso affermare di spendere la mia vita 24 ore su 24 nel servizio incondizionato dei poveri e degli ammalati.
Io ho un sacco di cose che loro non hanno: me lo ricordo quando faccio una doccia calda alla fina di una estenuante giornata di lavoro; me ne rendo conto quando manca la corrente elettrica e dobbiamo usare il generatore: quanta gente nelle baracche non saprà mai se la luce c'è o non c'è perchè a casa non ha nè elettricità nè pannello solare.
Lo sento ogni volta che sono seduto in macchina e guido verso la mia destinazione, mentre la strada è piena di persone che devono camminare per ore ed ore per raggiungere la loro meta.
E' ovvio che non sono povero quando posso prendere un aereo e tornare in Europa, e neppure lo sono quando scrivo al computer come in questo momento.
E' sempre un difficile equilibrio da realizzare: "povero tra i poveri" è certamente un grande ideale, ma per curare la gente ci vogliono anche tanti soldi.


Se avessi scelto la povertà assoluta in mezzo ai poveri, certamente darei una grande testimonianza, ma non potrei aiutare nessuno materialmente.
Un ospedale ha spese enormi; la gestione di una sala operatoria costa un occhio della testa, e lo stesso dicasi per l'acquisto di un ecografo o di un gastroscopio; e che dire delle medicine e di tutto il resto. Se poi consideriamo che molti dei pazienti non possono pagare, un ospedale è di per sè un enorme buco nero dal punto di vista economico. Senza soldi un ospedale chiude in una giornata.
Ecco quindi che povero è chi spende tutto quello che ha per i poveri ed i bisognosi: non si tiene nulla per sè, ma lo usa per chi è nel bisogno.
Noi abbiamo sì l'automobile o tanto strumentario costoso in ospedale, ma nulla è per noi: quello che abbiamo, lo usiamo esclusivamente per il servizio dei bisognosi.
E' sempre stato un elemento di confusione il fatto che io faccio il voto di povertà, ma sono certamente più ricco di tanti che invece il voto non lo hanno fatto.
Rimane il fatto che la mia povertà si esprime nel lavoro intenso e nella donazione del mio tempo, dei miei talenti, dele mie conoscenze e del mio lavoro, a beneficio dei bisognosi.
Indubbio è anche il fatto che tutto quello che riceviamo con offerte e donazioni, va impiegato esclusivamente per il servizio degli altri.
In questo senso, spero di essere anche io "povero tra i poveri", anche se vivo in una casa in muratura e non in una baracca di legno, anche se io posso guidare la macchina invece di camminare a piedi per chilometri e chilometri.
Certamente un ospedale rurale, sempre pieno di gente che viene da noi perchè non ha soldi per farsi curare altrove, è un luogo di totale condivisione della vita e dei problemi dei poveri.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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