Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 31 maggio 2016

Apericena a Milazzo

E' stata un'altra serata molto intensa, in cui tantissimi amici siciliani si sono stretti attorno a me e Chaaria, ed in cui, insieme a Mariapia Bonanate, ho potuto presentare il libro "Polvere Rossa" ad un uditorio attento e recettivo. Molti avevano già letto entrambi i nostri libri e sono venuti solo per salutarci e per conoscerci.
Gli intervenuti erano molto motivati: parecchi di loro erano membri dell'Associazione Matumaini che lavora principalmente per il Congo-Kinshasa; altri facevano parte di Associazioni impegnate in Etiopia e altrovei nei Paesi in via di sviluppo.
E' stato indubbiamente molto forte per me parlare di Africa a pochi passi dai porti in cui la Guardia di Finanza trasporta gli scafisti scampati alla morte nel Mediterraneo; è stato emozionante incontrare medici e volontari impegnati direttamente nel servizio verso questa
"umanità dolente" dei barconi, e farlo proprio davanti a quella striscia del Mediterraneo che è diventata un enorme cimitero di migranti ed il teatro di indicibili sofferenze.
Mi sono sentito in comunione con loro, cercando di pensare il nostro lavoro in Africa, come un complemento della nobile opera umanitaria di accoglienza che essi compiono quotidianamente in Sicilia, come anche in Calabria ed a Lampedusa.


Loro salvano dallaviolenza del mare quelli che fuggono dalla fame e dalle guerre; noi in Africa cerchiamo di migliorare le loro condizioni di vita, in modo che un giorno essi possano cessare di fuggire dalle loro terre.
Il clima atmosferico non ci ha accompagnati molto, in quanto anche a Milazzo la serata era molto fredda e ventosa; per il resto comunque l'evento è stato caldo ed accogliente, come di solito avviene ogni volta che ritorno a Milazzo.
Gli amici di Matumaini hanno anche offerto un breve concerto per violino che ha reso la serata ancor più piacevole.
Abbiamo parlato tanto di Chaaria, ed abbiamo potuto anche paragonare le diverse situazioni sociali del Kenya, del Congo e dell'Etiopia in una condivisione aperta ed interessante.
Abbiamo anche presentato "Polvere Rossa", e molti lo hanno acquistato.
Ho lasciato Milazzo con la speranza di tornarci ancora, magari insieme a Chiara Castellani, altro modello fulgido per me e per gli amici siciliani, ed amica dell'Associazione Matumaini.
Non so come ringraziare tutti coloro che hanno reso la nostra permanenza in Sicilia (mia e di Mariapia) davvero piacevole e confortevole.
Un grazie sincero e davvero particolare per la presidente dell'Associazione, Carmen Falletta, che è stata un gioiello di accoglienza e di ospitalità.
Ho invitato gli amici di Matumaini a fare una tappa a Chaaria ogni volta che si recano in Congo, e chissà che si possa materializzare una feconda collaborazione anche nel volontariato.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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