Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


mercoledì 8 giugno 2016

La morte endouterina

Certamente a Chaaria si vedono moltissimi aborti del primo trimestre.
Nella maggior parte dei casi si tratta di aborti spontanei, dovuti sia alle difficili condizioni di vita delle donne (fatiche di ogni tipo, sollevamento di pesi enormi), sia ad infezioni (tipo la malaria), e sia anche a terapie assunte senza sapere di essere incinta (come il metronidazolo per un'amebiasi intestinale).
Più difficile per me è capire la ragione delle morti intrauterine del secondo e terzo trimestre, e sono comunque davvero tante: mi pare di poter affermare che qui siano molte di più che in Europa.
Negli ultimi tre giorni per esempio abbiamo avuto due casi di morte endouterina a termine di gravidanza: si tratta di situazioni molto difficili, in quanto per la madre è devastante ricevere la notizia che il figlio portato in grembo per nove mesi non c'è più. Nove mesi si gioie, di speranze, di attesa, di sogni... che svaniscono quando ormai già sembrava di essere vicini al traguardo.
La tragedia è aggravata dal fatto che ci vogliono molte ore per indurre il travaglio, e quindi la mamma rimane a lungo con il figlio morto nel grembo.
Tremende sono le doglie che non portano ad una nuova vita: normalmente la donna sa che la gioia di aver portato alla luce una creatura, cancellerà il male tremendo sopportato nel travaglio; in questi casi la mamma sa che deve solo sopportare la sofferenza, senza poi aspettarsi alcuna gioia.


Per non parlare di quando (come oggi), succede che la donna non va in travaglio per nessuna ragione, e non risponde ad alcuno dei farmaci a nostra disposizione.
Sono casi rari e particolarmente sfortunati: dopo vari giorni di induzione, se si instaura una sepsi da decomposizione del feto in utero, bisogna fare un cesareo d'urgenza, seppure il feto sia morto, per evitare che muoia anche la mamma.
Portare in sala una donna con questa situazione è davvero pesante, perchè lei già è depressa e triste.
La morte intrauterina è un trauma anche per tutti noi, operatori dell'ospedale. Essa provoca una cappa di tristezza che ci accompagna per tutto il giorno.

Fr Beppe Gaido


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