Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


mercoledì 29 giugno 2016

Un punto nero o un foglio bianco

Oggi come al solito i pazienti sono stati tanti, e penso che abbiamo anche cercato di fare del nostro meglio per tutti. Però, quando qualcosa va male, ti senti un peso sull’anima come se non avessi fatto nulla, come se tutta la giornata fosse stata inutile.
Oggi abbiamo avuto molti parti naturali, ed un cesareo, tutti andati bene. Stamattina invece avevo deciso di indurre un travaglio con oxitocina, procedura abbastanza normale quando le doglie tardano fin oltre i 9 mesi. 
L’indicazione era corretta, la dose del farmaco anche.
Abbiamo seguito la mamma con molta attenzione, e tutto sembrava procedere per il meglio: contrazioni buone, battito cardiaco fetale sempre regolare, tempi di dilatazione in perfetto orario secondo il partogramma. 
Alle 16, quando appena ero uscito da una operazione ed ero ancora tutto sudato, sono stato chiamato d’urgenza in sala parto per un’urgenza: con sorpresa di tutti il neonato non piangeva e non respirava. 
C’era però battito cardiaco, anche se molto rallentato: e’ iniziata quindi subito la rincorsa per non perdere quel poco di vita che sembrava essere ancora presente nel corpicino pallido come un cencio. 
Ossigeno, farmaci vari per la rianimazione, “Ambubag”… ma niente: il piccolo non ha mai fatto neppure un tentativo di respirazione spontanea. Il battito del cuore e’ diventato sempre piu’ lento, finche’ il bambino se n’e’ andato tra le mie mani. 
La scena e’ avvenuta davanti alla mamma che ancora giaceva sulla barella a pochi passi da noi: quando ho smesso di rianimare, non ha atteso che dicessi una sola parola. Si e’ messa ad urlare, voleva picchiarmi… tentava di togliersi la flebo gridando che non si sarebbe fermata in questo posto un minuto di piu’ perche’ avevamo ucciso il suo bambino. Ce l’aveva in particolare con me perche’ le avevo prescritto una terapia che si e’ rivelata mortale per la creatura che lei aveva atteso per tanti mesi.


E’ stata dura calmarla, e a me e’ venuto un nodo alla gola che ancora mi attanaglia in questo momento in cui scrivo. 
Avrò veramente sbagliato? Ma cos’altro potevo scegliere? Che brutto essere sempre io a prendere le decisioni sulla pelle degli altri... Appena poi esco dalla sala parto, conscio di avere ancora molti pazienti ambulatoriali da visitare, vengo assalito verbalmente da un Somalo che mi copre di insulti in perfetto Kiswahili, in modo che io capisca bene: mi dice che stavano aspettando da stamattina presto e che a sera non erano
stati ancora visitati. 
Io ho tentato una autodifesa, e, spinto soprattutto dalla disperazione e dal mio cuore gonfio di amarezza, ho detto loro che sicuramente il nostro ospedale era il peggiore di tutto il distretto e che non capivo neanche come mai avevano scelto un posto cosi’ poco accogliente per farsi curare. 
Speravo con questa frase – l’unica purtroppo che mi sia venuta fuori in quel momento – di calmarli un po’ e di indurli ad attendere… Ma loro, sbattendo la porta ed urlandomi dietro, questa volta in lingua somala, se ne sono andati in modo plateale e burrascoso. 
Ho cercato di non prendermela e di finire la coda di malati ancora in attesa. Come e’ difficile a volte far capire alla gente che stai gia’ dando tutto e che piu’ di cosi’ non e’ possibile. 
Ogni uomo e’ un’isola, e si crede il “centro del mondo”: e’ rarissimo trovare qualcuno che rifletta sul fatto che i propri problemi non sono gli unici e non sono necessariamente i piu’ gravi. 
Il fatto che ci siano state emergenze in sala, che un bimbo non ce l’abbia fatta, che io abbia lavorato da stamattina presto, non viene mai preso in considerazione da chi si sente cosi’ tanto importante da alzare la voce in corridoio. 
Piu’ dai, e meno hai l’impressione di far contenti i pazienti: stranamente sembra che le pretese dei singoli crescano in modo direttamente proporzionale al numero dei servizi da noi offerti e portati avanti con perseveranza 24 ore al giorno. Per non parlare del “grazie”: parola che sembra tabù per la maggioranza dei nostri utenti.
Ora e’ buio, ho appena suturato un uomo “affettato” da un machete, ed ho una forte sensazione di amarezza. Il neonato e’ ancora lì, in un angolo della sala parto, coperto da un panno bianco: c’e’ stato così tanto lavoro che nessuno ha potuto fermarsi a dire una preghiera e a portare il piccolino in obitorio. 
Ora lo faccio io, quasi per chiedergli scusa di aver affrettato il momento della sua nascita solo per farlo morire pochi minuti dopo. Dio sa tutto: lui conosce le mie intenzioni e spero che anche questo angioletto ora voli all’orecchio di quella donna ferita, in modo che il suo cuore si calmi ed anche la sua rabbia verso di me se plachi.
Mi sembra proprio una giornata nera. Credo che oggi io possa solo dire che vedo un punto nero…il foglio bianco e’ come se fosse stato cancellato da queste esperienze dolorosa. So che Dio comunque vede in modo diverso da me... e ciò mi dà la speranza necessaria per ricominciare domattina.

Fr Beppe


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