Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 5 luglio 2016

Giornate devastanti

Quello che da due giorni mi sta massacrando qui a Chaaria e' il numero tremendo di pazienti. 
Ci sono numeri di ammalati davvero importanti, e la dottoressa Khadija e' ancora in ferie. Di volontari non ne abbiamo, e questo fa si' che molte piu' cose facciano capo solo a me.
La lista operatoria e' in genere impegnativa tutti i giorni, e cio' che mi pesa di piu' e' dover sempre correre in ambulatorio quando ancora Makena sta chiudendo la cute dell'intervento precedente. Saltare dalla sala all'ambulatorio mi sta diventando sempre meno facile con il passare degli anni.
Il numero di ecografie e' alle stelle, anche perche', non avendo un ginecologo al momento, mi devo sobbarcare anche tutto il peso delle eco ostetriche.
Pure le gastroscopie sono tante e siamo al di sopra della media dell'anno scorso. 
Per tutto ci vuole tempo e ci vuole anche tanta concentrazione. 
A volte si fanno degli errori dovuti solo alla stanchezza, come ieri quando ho scritto sul referto di una gravida con placenta previa che la placenta era normalmente inserita. Meno male che era ricoverata ed ho potuto rimediare.
E poi che fatica a non rispondere in modo sgarbato a quelli che di lamentano di aver atteso per troppe ore per una visita, mentre tu sei esausto e ti sei concesso si' e no 15 minuti di pausa pranzo.


Poi ci sono i casi gravissimi, i bambini che muoiono e per i quali non riesci a far nulla. 
Senti le urla disperate della mamma e le avverti che ti penetrano dentro il cuore come lame di coltello.
Non mi abituero' mai alle lacrime di una mamma!
Meno male che c'e' la maternita'.
Meno male che in essa ci sono quei momenti stupendi in cui in sala parto va tutto bene ed in cui ti senti felice ed orgoglioso per aver donato un figlio ad una giovane donna. 
Mi e' successo anche poco fa. 
Avevo seguito con attenzione ed apprensione una donna a cui avevo indotto il travaglio. 
Ero preoccupato per il decorso, ma ero stato tanto con lei, fino a quando sono stato certo che tutto sarebbe andato bene. 
Alcuni minuti fa sono passato dalla sala sperando che avesse partorito, e l'ho trovata sul lettino sorridente e strafelice. 
Mi ha abbracciato e non la finiva piu' di dirmi grazie perche' era nata la sua bambina e quel dolore temendo indotto dai farmaci era ora finito. 
Che bello quell'abbraccio! Che dolce quel grazie! Mi ha fatto superare in un attimo la stanchezza mortale ed il senso di fallimento che mi sentivo dentro.

Fr Beppe



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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