Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

lunedì 17 ottobre 2016

Tre giorni fa a mezzanotte

Ero andato a letto da non più di mezz'ora. Mi stavo rilassando e stavo quasi per prendere sonno...ma il fatidico cercapersone ha detto di no.
Rispondo alla chiamata, ma onestamente non capisco bene che cosa vogliono. 
Quello che comprendo è solo che non si tratta di un cesareo, per cui non sveglio nessuno e mi avvio da solo in ospedale.
La scena che mi trovo davanti è da una parte raccapricciane e dall'altra grottesca.
Davanti a me trovo un giovane ubriaco fradicio, disteso a pancia in giù su una barella.
In corrispondenza del sacro gli fuoriesce il manico di un pugnale completamente conficcato nell'osso e ben oltre.
Gli infermieri mi spiegano che non si tratta di un coltello ma di uno strumento da calzolaio, usato per cucire le scarpe.
Non credo di averlo mai visto!
Mi spiegano che in punta ha un gancio che rende l'estrazione molto difficile.
Il giovane straparla sotto i fumi dell'alcool e mi sembra che si possa tentare di fare qualcosa anche senza anestesia: la birra che ha in corpo farà da anestetico.
Mi dicono che è arrivato camminando: questa è la sua prima fortuna.


L'aggressore ha colpito così violentemente da trapassare il sacro, ma la ferita è inferiore al livello delle radici nervose... il nostro paziente quindi non avrà paraplegia nè altri danni neurologici.
Provo a strattonare l'arma per il manico, e sto per scoraggiarmi perchè pare che quest'ultimo sia sull'orlo di staccarsi lasciando la parte metallica nel corpo. Invece poi, basculando un po' di qua e di là, riesco a estrarre l'arma che in effetti termina con un piccolo
gancio.
Il paziente non ha sentito nulla e ride nel suo mondo di avvinazzato.
Gli faccio una ecografia addominale d'urgenza e non vedo emoperitoneo o liquido libero in addome: forse l'intestino ed i grandi vasi sono salvi. La vescica è super piena (effetto della birra?). Inserisco quindi un catetere: non c'è ematuria. L'arma con ogni probabilità non è entrata in vescica.
Prendo quindi la decisione dell'attesa. Pare che quel pugnale rudimentale si entrato nello spazio retroperitoneale.
Facciamo un richiamo antitetanico, copriamo il paziente con antibiotici ad ampio spettro e decidiamo di rivederlo l'indomani mattina.
Anche l'indomani le sue condizioni sono buone.
Ora non è più ubriaco, ma dice di non aver male. La palpazione addominale è tranquilla ed lui va di corpo normalmente.
Oggi era il terzo giorno di ricovero, ed i paziente ha chiesto la dimissione.
Mi ha anche implorato di restituirgli lo strumento in modo da poterlo restituire all'amico calzolaio che lo ha ferito.
"Poveretto, era ubriaco anche lui!"
"Questo non posso farlo, amico mio. Lo terremo qui in caso ce lo chieda la polizia"

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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