Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

domenica 16 ottobre 2016

Subito dopo Messa...

Passo in maternità e, come al solito in questi giorni, tutte e tre i lettini sono occupati: una mamma ha appena partorito, l’altra sta dando alla luce il figlio proprio ora e la terza sta procedendo bene con il travaglio.
Mi avvio quindi in sala piccola dove mi attende la biopsia prostatica che ho dovuto posticipare ieri.
Appena iniziata le breve procedura che qui facciamo in anestesia spinale, Susan bussa affannosamente sulla porta della sala. Siamo tutti impegnati e quindi nessuno va ad aprire: a questo punto la nostra infermiera decide di comunicare con il telefono senza fili e si mette ad urlare dal corridoio:
“La donna in sala parto ha un prolasso del cordone”
Questa è per noi una parola che non vorremmo mai sentire!
Come Susan, anche noi perdiamo la testa.
Bisogna fare molto velocemente se vogliamo salvare quel bambino.
Finiamo la biospia in fretta e furia e già troviamo la donna preparata per l’intervento su una barella in corridoio.
E’ in posizione genu-pettorale per prevenire che la testa del bimbo schiacci il cordone e provochi ipossia.
Jesse è molto bravo con la spinale che facciamo con paziente sul fianco sinistro, per la ragione suddetta.
In questi casi il fattore tempo è essenziale e ce la mettiamo tutta.
Dall’incisione cutanea all’estrazione del bimbo non passano più di 30 secondi: il neonato però non piange e pare non respirare affatto.



Mama Sharon prende il posto di Jesse nel seguire l’anestesia e questi corre in sala parto per la rianimazione neonatale.
Passano minuti che mi paiono eterni.
Lavoro in fretta con l’assistenza esperta di Marcella, ma la mia mente è in sala parto con Jesse e con quel bambino che non so se vivo o morto.
La donna sanguina abbondantemente ma riusciamo a controllare l’emorragia senza grossi sussulti.
Il cesareo finisce in meno di 25 minuti...ma di Jesse nessuna notizia.
Questo fatto ci preoccupa e ci rattrista: vuol dire che le cose non stanno andando per il verso giusto ed il bambino non si sta riprendendo.
Siamo all’ultimo punto sulla cute quando il nostro anestesista torna e dice la parola che ci aspettavamo:
“Sawa!”
Esultiamo a questa sua semplice parolina: il bimbo si è ripreso ed ora sta bene.
Siamo intervenuti in fretta, abbiamo lavorato bene, ed abbiamo salvato il bambino!
Non è così frequente estrarre un feto vivo nel caso di prolasso del cordone, ma oggi ce l’abbiamo fatta.
Questo cesareo ha dato una nota di ottimismo a tutta la nostra domenica che anche oggi è stata davvero piena.


Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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