Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

lunedì 9 gennaio 2017

Era podalico...

La situazione continua ad essere così pesante in maternità che molto spesso non facciamo neppure in tempo a visitare tutte le pazienti.
Erano quasi le 20 quando una partoriente è arrivata con forti contrazioni da Nanyuki.
C'è stato appena il tempo di darle la divisa dell'ospedale che già iniziava ad accusare spinte violente.
Non era il primo figlio per lei, e quindi ci aspettavamo un parto molto veloce.
In un attimo la donna era sul lettino da parto, e pochi secondi dopo è apparsa la parte presentata.
"Accipicchia! E' un podalico"...nessuno lo sapeva nè lo sospettava in quanto la paziente era appena arrivata!
Joyce e lo staff della notte decidono di condurre questo parto, in quanto non c'è tempo da perdere: esce il podice, vengono liberati i piedini. Anche il tronco fuoriesce pian piano con le manovre ostetriche che il nostro staff conosce molto bene.
Ma qui arriva il problema: le spalle non si disimpegnano ed il bimbo rimane inchiodato al corpo della mamma con la testolina ancora dentro.
Angelica corre a chiamarmi nel mio studio...ora abbiamo l'interfono, ma nell'agitazione nessuno se n'è ricordato. Mi ha beccato per un pelo perchè stavo per salire in cappella a pregare.


"Corri subito in sala parto perchè Joyce ha bisogno di te".
Non aggiunge altro ed io non chiedo nulla. Mi limito a correre.
Entrato in sala parto mi rendo conto della situazione e so che il tempo è il fattore centrale per la sopravvivenza del nascituro. Mi infilo velocemente un paio di guanti e ci provo io.
La mamma urla ma ora non posso darle molta attenzione: bisogna fare in fretta.
Rapida manovra per verticalizzare le spalle del bimbo.
Arpionamento della spalla inferiore e liberazione del braccio.
Movimento speculare per liberare spalla e braccio superiore.
Quindi muovo i piedi del neonato verso la testa della mamma, e faccio uscire la testa senza problemi.
Tutto questo credo che sia avvenuto in circa 30 secondi.
Lo staff rimane impalato per un attimo, quasi come se non si aspettassero di vedere il bimbo nascere così celermente: ma io non sapevo con esattezza quanto il feto fosse rimasto in quella posizione anomala con la testa imprigionata dentro la mamma ed ho agito
rapidamente!
Li risveglio dal momentaneo torpore e chiedo le pinze per clampare il cordone.
Nel frattempo faccio massaggio cardiaco al piccolo che è flaccido e pare non respirare affatto.
Anche in questa occasione saranno passati solo dei secondi, ma a me sono parsi eterni.
Quando poi finalmente sono riuscito ad arrivare alla culla termica, mi sono accorto che già il bimbo piangeva...un bel successo, anche se condito con un po' di cardiopalmo.
Questi sono i problemi che derivano dalla nostra situazione di emergenza.
In condizioni normali avremmo fatto un'eco ed avremmo certamente programmato con calma un parto podalico.
Oggi invece neppure sapevamo che fosse un podalico!

Fr. Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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