Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 2 gennaio 2017

L'ultimo intervento programmato...

Erano le 19.30 del 31 dicembre 2016, quando abbiamo finito l'ultima operazione programmata del 2016.
E’ stato molto un intervento impegnativo ed altrettanto formativo.
Ancora una volta ho imparato dai pazienti, che sono i nostri veri maestri di vita.
Si trattava di una donna ricoverata la notte precedente.
Mi avevano chiamato perchè all'infermiere pareva un addome acuto.
L'avevo visitata mezzo addormentato, ma mi sembrava che non si trattasse di una paziente chirurgica. Avevo quindi messo la terapia,
ritenendola un caso di gastrite o di ulcera peptica.
La mattina del 31 la donna non era migliorata affatto; me l'hanno fatta rivedere, ma ancora non mi pareva chirurgica. Ho confermato la terapia instaurata e mi sono permesso di dire agli infermieri una frase di cui ancora mi pento, perchè superficiale: "penso che ci sia una componente di esagerazione nella sintomatologia lamentata dalla paziente".
Alle 17 gli infermieri mi hanno chiamato nuovamente nel reparto donne: erano preoccupati e volevano che visitassi di nuovo la paziente che si contorceva nel letto e, quando in piedi, doveva camminare gobba per ridurre i dolori addominali lancinanti.


Ho ripetuto loro che gli esami non mi parevano suggestivi di addome acuto e che l'ecografia non indicava una perforazione di viscere addominale. Pure la palpazione della pancia non suggeriva un chiaro peritonismo, anche se era un po' più rigida del mattino.
"Apriamola comunque, ed andiamo a vedere di cosa si tratta...tanto per non avere rimorsi dopo", ho poi deciso.
Ed in effetti la situazione era davvero chirurgica, e meno male che siamo intervenuti: c'era una appendicite retrocecale (probabilmente cronica e ricorrente), accompagnata da estesissime aderenze, che avevano causato due volvoli ileali. La donna era chiaramente occlusa, e siamo arrivati appena in tempo per prevenire la necrosi intestinale.
Abbiamo eseguito l'appendicectomia; abbiamo liberato le aderenze ed abbiamo derotato i due volvoli.
E' stato un intervento lungo, ma fortunatamente non è stato così difficile con le aderenze e con i volvoli. L'appendice retrocecale ci ha dato qualche preoccupazione, ma poi siamo riusciti a toglierla...soprattutto non abbiamo causato alcuna perforazione intestinale.
All'uscita della sala operatoria gli infermieri della notte mi hanno semplicemente chiesto: "e allora?"
Ho loro spiegato la situazione della paziente nei dettagli e poi ho semplicemente detto: "il malato ha sempre ragione, ed io sono stato superficiale a non crederci".

Fr Beppe

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