Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

domenica 19 marzo 2017

Che brava quest'infermiera!

"Non la conoscevo. Non era qui l'anno scorso quando sono venuta per il volontariato", mi dice la Dottoressa Elisabetta.
"Non puoi conoscerla perchè è qui solo da alcuni mesi. L'abbiamo presa in sostituzione di un'altra infermiera che ci ha lasciati di punto in bianco senza neppure un giorno di preavviso", le rispondo io.
"Lei mi sembra proprio brava, motivata ed interessata. Anche con le mamme in sala parto ci sa davvero fare. Ha tanta voglia di imparare e quindi me la seguo un po' io, per farla crescere", riprende la ginecologa-volontaria.
"Sono perfettamente d'accordo, perchè anche a me pare una potenziale risorsa per l'ospedale".
Quattro giorni dopo la conversazione che ho appena riportato, l'infermiera in questione è sparita senza preavviso. Ha semplicemente detto una sera che non si sentiva più di continuare a lavorare qui a Chaaria e se n'è andata, lasciandoci nuovamente con un posto vacante in maternità ed accrescendo il nostro senso di frustrazione con il personale infermieristico.


Due settimane prima di lei era successo nuovamente, stavolta nel reparto di medicina, dove un infermiere semplicemente non si è più presentato a lavorare e non ha più risposto alle nostre telefonate: finora per noi è semplicemente un "desaparecido" e non ci ha mai comunicato le sue dimissioni.
Come è difficile lavorare così!!!
Fai programmi sul tuo staff, insegni delle cose, dai delle reponsabilità e poi, di tanto in tanto, arrivano queste sparizioni e bisogna ricominciare da capo, rispiegare tutto, dare nuove responsabilità, con la certezza che poi anche il nuovo collega ti abbandonerà.
E' inutile negarlo: Chaaria è in una posizione di grande svantaggio da questo punto di vista; siamo rurali ed abbastanza isolati. In casa a Chaaria lo staff non trova neppure acqua corrente e deve condividere con gli altri inquilini un gabinetto esterno in un cortile.
A Chaaria non c'è l'asfalto, e, quando piove, si è praticamente isolati, ed anche arrivare a Meru è una grande impresa.
Se hai dei figli, a Chaaria non avrai una buona scuola che li possa preparare per l'università.
Inoltre, a Chaaria si lavora tanto ed i nostri stipendi sono infermiìeri a quelli del governo, dove per altro c'è pochissimo controllo sugli orari lavorativi.
Capisco quindi che il nostro staff ci consideri come una parentesi, come un tempo limitato in cui avere comunque uno stipendio finchè non si trova di meglio... ma che frustrazione per noi dover ricominciare sempre, e che delusione quando spariscono e neppure ti danno il mese di preavviso!

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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