Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 22 marzo 2017

Lezioni di fede

Oggi in ambulatorio incontro un anziano signore musulmano che ricordo molto bene.
Viene da lontanissimo, da North Horr, vicino al lago Turkana...per arrivare a Chaaria ci vuole un viaggio tremendo su strade sterrate, un viaggio che può durare anche tre giorni.
Lo vedo seduto pazientemente in ambulatorio mentre sgrana il suo rosario islamico.
Mi sorride.
Credo che abbia capito che mi ricordo di lui.
Rispondo al sorriso, e gli chiedo subito come sta. Poi vado al sodo immediatamente e gli domando notizia del suo paziente.
Mi ha detto: “è qui fuori, ed abbiamo ricevuto l’esame istologico” Qualcosa non mi quadra.
L’esame istologico del paziente che intendevo era arrivato da tempo ed era maligno.
Lo chiamo in ambulatorio, gli dico di accompagnarmi il paziente, e mi rendo conto che lui sta parlando di sua figlia che in effetti avevo operato di laparatomia.
La ragazza fortunatamente sta bene, ed il risultato bioptico è incoraggiante: si tratta di tubercolosi peritoneale.
Meno male che non è un tumore! Dalla tubercolosi si guarisce, ed i farmaci ce li abbiamo!
Ma io non sono soddisfatto e gli chiedo ancora: “oltre a tua figlia, tu eri qua anche con un giovane che era addirittura un Iman nella tua comunità. Lo avevamo operato due volte per un tumore addominale, e poi lui aveva chiesto di essere dimesso prima di un terzo intervento perchè si sentiva esausto...aveva rifiutato decisamente la possibilità di tornare in sala...come sta lui?”


Il vecchio mi guarda sorridente, mentre continua a sgranare il suo rosario, e mi dice: “lui è andato in Paradiso”.
Volevo bene a quel giovane uomo di Dio. Lo ricordo sempre grato per tutto quello che gli facevamo. Non si era mai lamentato di niente mentre era ricoverato.
La notizia mi stordisce e lui vede la mia confusione.
E’ a questo punto che mi dice: “tutti dobbiamo andare in Paradiso! Non è così? Lui è andato adesso. Noi andremo più tardi. La vita è così: è il volere di Dio”.
Io mi sento piccolo piccolo; mi vengono le lacrime agli occhi pensando a Noor, alla sua bontà, ed alla fede di questo suo parente.
Avessi io la fede di roccia che oggi questo anziano mi ha dimostrato!

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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