Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 21 marzo 2017

Tragedia nel cuore della notte

Sono le due di mattina e suona il cicalino di nuovo... e sono due notti di fila!
E’ durissima per me svegliarmi perchè sono estremamente affaticato.
Al telefono Eunice parla in modo concitato ed io sono così assonnato che faccio fatica a seguire quello che dice. 
Mi pare di aver capito che ci sia una partoriente trasportata con ambulanza da una maternità del Tharaka. Parlano di emorragia ante-partum e di battito cardiaco fetale molto debole.
Mi alzo e cerco di dirigermi in fretta verso l’ospedale con l’idea che si sarebbe dovuto organizzare un cesareo d’urgenza.
Arrivato in sala parto mi rendo però conto del dramma: la donna è senza vita; attorno alla bocca si vedono i rimasugli di recenti episodi di vomito.
Prima che io possa chiedere alcunchè, Eunice mi dice che le pare di aver sentito un esile battito fetale ancora presente e mi spinge a fare in fretta l’ecografia di conferma nell’estrema speranza di estrarre da quel corpo ormai defunto un bambino ancora vivo.
L’eco d’urgenza però ci gela tutti: anche il bimbo è morto, ma in addome vedo una quantità enorme di sangue.


E’ chiaramente una rottura d’utero, probabilmente avvenuta nella maternità rurale a cui la donna si era rivolta. Il trasferimento è avvenuto troppo tardi e quindi l’emorragia interna e la strada terribile l’hanno ammazzata.
L’infermiere che l’ha accompagnata è costernato e confuso: “Non abbiamo notato problemi durante il trasporto; ha solo vomitato una volta per strada! Poi però ci siamo accorti che era morta già prima di scaricarla dall’automezzo. 
Cosa può essere successo, dottore? Nel nostro dispensario il battito cardiaco c’era e la pressione era buona”
Io cerco di essere tenero ed empatico perchè vedo il giovane infermiere veramente in crisi: “con il senno di poi è sempre facile parlare, ma io credo che questa donna abbia avuto una rottura d’utero già da voi. 
Nei momenti iniziali le condizioni cliniche sue e del feto erano discrete perchè l’emorragia non aveva ancora avuto tempo di causare i suoi danni devastanti. 
Poi ci sono state quelle due ore e mezza di viaggio sulla strada accidentata che ci separa. La donna deve aver continuato a sanguinare in cavità addominale... una tremenda emorragia interna, molto più grave di quello che potevate osservare all’esterno. 
Il vomito è spesso un indice di grave ipotensione: probabilmente si è collassata dal momento in cui ha rimesso. Credo che sia morta dissanguata, ed ovviamente la sua morte ha tolto al nascituro l’ossigeno che la placenta avrebbe dovuto portargli. E’ una tragedia che si è portata via due persone!
Ed ora bisogna avere il coraggio di parlare con il marito”

Fr Beppe


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