Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 24 marzo 2017

Transgender in Africa

La storia di John è drammatica ed in qualche modo emblematica delle sofferenze a cui queste persone vanno incontro in una società come questa, per certi versi molto impreparata a questo tipo di problematica. 
I transgender, soprattutto se poveri, pagano anche un caro prezzo che deriva dal fatto di non poter accedere a chirurgie altamente specialistiche, come sarebbero necessarie in casi del genere.
Alla nascita ai genitori è parso un maschio, anche se i genitali esterni erano in qualche modo non proprio normali.
Lo hanno educato come un maschio, gli hanno parlato al maschile, lo hanno chiamato John, ecc, ecc.
John è andato alle elementari ancora credendo di essere un maschio (e sentendosi via via più a disagio in quella connotazione psicologica), ma poi, giunto alle classi più alte, a John è cresciuto un abbozzo di seno propriamente femminile.
Potete immaginare il bullismo e la cattiveria degli altri bambini, oltre che la discriminazione da parte dei maestri!
I genitori hanno quindi deciso di portarmelo, per vedere se lo potevo aiutare. Erano i primi anni di Chaaria, anni in cui la mia esperienza chirurgica era ancora embrionale.


Allora John aveva circa 14 anni.
Visitandolo, oltre al seno chiaramente femminile, ho scoperto che il suo pene rudimentale era probabilmente un clitoride ipertrofico.
Lo scroto conteneva in effetti due piccoli testicoli, ma era tagliato a metà da una fessura verticale che dava adito ad una microvagina apparentemente a fondo cieco.
L’ecografia mi ha dimostrato la presenza sia di un utero infantile che di due piccole ovaie.
E’ stato difficile per me decidere cosa fare. Lo volevo aiutare, ma non sapevo come ed in quale direzione.
Ho speso del tempo ad ascoltarlo per arrivare a capire che John in effetti si sentiva una ragazza.
Il counseling con la famiglia non era stato per nulla facile, ma alla fine ero riuscito a convincere i genitori a far decidere a John se si sentisse più uomo o più donna.
Avevo in seguito sponsorizzato l’intervento chirurgico in un altro ospedale, e John è in effetti diventato Lucy.
Ovviamente Lucy non ha potuto vivere a casa come prima, dopo il cambio di identità.
L’ostracismo sia familiare che nel villaggio sarebbe stato troppo pesante.
E’ emigrata ed ha sempre lavorato come baby sitter.
Non ha mai potuto avere figli a motivo della conformazione rudimentale dei genitali interni nè tantomeno ha trovato un partner stabile per motivi similari.
La sua croce è comunque diventata ancora più pesante perchè Lucy con il tempo ha sviluppato complicazioni importanti con il ciclo: praticamente il sangue non poteva più uscire e dilatava a dismisura la sua vagina che si era chiusa nella parte più bassa. 
In medicina chiamiamo questa condizione colpocele.
Abbiamo tentato varie volte interventi ricostruttivi, ma il problema ricorreva dopo poche settimane, causando a Lucy nuovo dolore.
Alla fine è stata lei a scegliere, all’età di 30 anni: ha voluto che le togliessimo l’utero.
L’abbiamo operata, lasciandole comunque le ovaie, in modo che l’assetto ormonale le permetta ancora di sentirsi donna.
Lucy comunque non sarà mai mamma e neppure sposa. Sono certo che il suo futiuo sarà pieno di nuove sofferenze ed ostracismo, soprattutto di solitudine.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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