Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 20 aprile 2017

E' cominciata così...

Oggi è la mia ultima giornata piena a Chaaria in quanto domani rientrerò in italia.

Alle due a.m. suona il telefono e Beppe con voce contrita mi annuncia che c’è un cesareo e mi chiede se posso scendere in ospedale (?!?).
Quando arrivo trovo lui che ha già fatto la spinale, Filippo, ginecologo, e le due infermiere di notte kenyote. Filippo e io (140 anni in due) sbrighiamo il cesareo senza eccessivi affanni mentre Beppe assiste la paziente confortandola in Kiswaili (o in Kimeru che è il dialetto locale?). 
Mentre finiamo ci annuncia che Giancarlo è partito nella notte, sotto il diluvio, per recuperare un presunto cesareo urgente da un’altra maternità, ma ci consiglia anche di andare a dormire perché spesso da quella struttura partono dei falsi allarmi.
Seguo il consiglio e ovviamente stento ad addormentarmi , sento la pioggia che batte furiosa e penso a Giancarlo nella notte buia come la pece che guida l’ambulanza sullo sterrato viscido come il sapone, senza poter vedere se sotto le pozzanghere c’è il bordo della strada o il fosso. 


Penso anche a quando lui e Beppe sono soli, senza volontari, per cui l’urgenza si svolge così: Beppe fa l’anestesia spinale, poi affida la paziente a Giancarlo che da direttore amministrativo nonché autista e portantino di ambulanza, fa le funzioni di anestesista mentre Beppe fa il cesareo da solo, con l’occhio e le orecchie piantati sul monitor. 
Va da sé che, non essendoci di notte l’anestesista, deve all’occorrenza anche staccarsi per rianimare il bambino. 
Mi sveglia la sveglia alle 7,15, evidentemente quello della notte era un falso allarme. Tempo di fare pipì e di nuovo Beppe al telefono: c’è un cesareo urgente (non quello atteso, un altro). 
Ritrovo Beppe e Filippo che erano già al lavoro da un po’, facciamo il cesareo e intanto arriva il personale di giorno e ci tuffiamo negli interventi programmati (dodici, tra cui un grosso lipoma che si tuffa nell’emitorace destro, una tiroide, un testicolo ritenuto, tre fratture, una miomectomia per fibromi uterini e varia chirurgia minore. 
Tra un intervento e l’altro ci sono in agguato le visite ambulatoriali dal flusso continuo e Beppe fa anche qualche gastroscopia. Mangiamo un boccone alla spicciolata tra un cambio e l’altro e arrivano le 20 con tre piccoli interventi rimandati perché ci sono stati altri due cesarei che hanno sballato la programmazione.
Questa è la normale, delirante giornata al Chaaria Mission Hospital, e c’è stato di molto peggio durante lo sciopero. 
Partire mi da la sensazione di abbandonare la prima linea sotto il fuoco nemico, ma c’è chi resta e ci resta, in queste condizioni, tutto l’anno.

Dr. Pietro Rolandi



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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