Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 29 aprile 2017

La festa del nostro Santo

Pur in una giornata tremenda di lavoro, iniziata nel cuore della notte con due cesarei, oggi ho pensato molto al nostro Padre Fondatore, al suo esempio ed ai suoi insegnamenti che sempre mi affascinano e mi toccano nel profondo.
Condivido con i lettori alcune suggestioni, che possono anche sembrare anacronistiche, ma che a mio giudizio conservano tutta la loro attualita’ e la loro forza trainante.
Il primo elemento riguarda la tesi del nostro Santo sul fatto che i poveri sono i nostri padroni. Qualcuno ha interpretato questa frase dicendo che il Cottolengo intendeva dire semplicemente che dobbiamo trattarli come se fossero i nostri padroni. Altri invece sostengono che il Fondatore volesse esprimere il concetto nella sua verita’: i poveri sono realmente i nostri padroni... con la conseguenza che noi siamo soltanto dei servi.
Onestamente io sposo la seconda interpretazione, e credo che il Cottolengo mi voglia dire che tutto quello che faccio, deve essere sempre per i poveri, che sono la ragion d’essere della nostra vita.
Studio e mi tengo aggiornato per loro. Lavoro giorno e notte per loro.


Mi prendo due ore di riposo la domenica pomeriggio per tornare ricaricato e dare loro il meglio, senza il pericolo di diventare “schizzato” ed irritabile.
Il Cottolengo su questo e’ molto chiaro, quando ci dice che “per i poveri dobbiamo essere disponibili ad insozzarci nella immondezza anche fino al collo”, e quando ci ripete che “e’ una bella cosa sacrificare la salute ed anche la vita per i piu’ poveri”.
E’ una esperienza che faccio tutti i giorni. Il Cottolengo ha ragione a dire che “e’ una bella cosa sacrificarsi per chi soffre”; infatti, alla fine di una giornata completamente spesa nel servizio, anche se distrutto fisicamente, ti senti soddisfatto ed hai la sensazione che la tua vita e’ piena di significato.
E’ una percezione autorigenerante. Infatti la carita’ vissuta “fino al sacrificio della vita” non ti porta all’esaurimento nervoso, ma, quasi per una strana alchimia, fa nascere in te nuove energie, che riescono ad esplodere nuovamente, magari dopo una doccia od un momento di silenzio in cappella.
C’e’ poi l’altro elemento essenziale per la mia spiritualita’, e cioe’ che i poveri sono Gesu’.
Questa cosa ha creato dei problemi a certa critica contemporanea un po’ settaria, in quanto sembra che il Cottolengo ci proponga una certa sostituzione indebita di persone: c’e’ chi ha scritto che io devo amare quel povero che si chiama Giuseppe, Maria od Antonio, e che devo amarli nel nome di Cristo. Se amo Gesu’ in loro e’ come se io sposassi una donna pensando sempre ad un’altra!
Onestamente, questa a me pare una sottigliezza che non colgo fino in fondo: per me dire che in Giuseppe, Maria od Antonio c’e’ Gesu’, non significa mancare loro di rispetto, ma implica una dedizione ancora piu’ totale e piena di donazione.
Anzi, per quel Gesu’ che amo nel povero io cerco di essere non solo professionalmente ineccepibile, ma anche pieno di tenerezza.
Ecco perche’ ritengo che nel servizio, tutti noi dobbiamo tentare di diventare mamme!
Sono persuaso che sarebbe bellissimo imparare la dolcezza di una madre, quando serviamo le persone che soffrono. Essi hanno bisogno della nostra delicatezza, delle nostre carezze, delle nostre attenzioni, non meno che delle nostre medicine o dei nostri interventi chirurgici.
Essere mamme per i pazienti vuole anche dire che quando siamo con loro, essi sono il nostro unico interesse ed il centro di tutte le nostre attenzioni. In essi vediamo il nostro baricentro e la nostra “stella polare” da cui nulla ci deve distrarre.
Tutti noi cerchiamo l’ideale centrale per cui spendere la nostra vita, il faro illuminante, o, se vogliamo, la forza trainante.
Io stesso ancora sto ricercando la mia stella polare, il sole attorno a cui far girare tutta la mia vita: e, piu’ passa il tempo, e piu’ mi convinco che la dedizione totale al Signore, servito e contemplato nel povero, sia la strada che Dio ha preparato per me come progetto di vita sempre in divenire. 
In questo ideale di donazione aggiungo anche un secondo elemento: il mio tentativo mai completamente riuscito dell’immersone totale tra i poveri. 
Lo so che umanamente non è possibile, se non per gente speciale come il Cottolengo. Lo so che abbiamo anche bisogno della comunità; però come e’ attraente questo ideale!!! Vivere con Gesù presente nel povero che chiama, per ventiquattr’ore al giorno! Anche oggi a Chaaria, essere di guardia sempre, sette giorni alla settimana, di giorno e di notte, puo’ apparire pesantissimo, ma porta con se’ una fortissima carica ideale.
Ricordo anche, quando a Torino dormivo con i Buoni Figli (= handicappati mentali gravi, nel gergo cottolenghino), in quanto non c’era assistenza notturna: che esperienza dura, soprattutto per chi come me ha il sonno molto leggero! ma che bello pensare di essere sempre lì, a loro completa disposizione, di giorno e di notte!
Questi miei piccoli cenni sono come una condivisione d’anima: sono attratto da questi ideali, e nello stesso tempo me ne sento così lontano. Credo comunque che valga la pena provare anche noi, almeno per quel tanto che le nostre forze ci consentiranno di raggiungere.
Forse non saremo mai come il Cottolengo, ma “il Signore guarda all’intenzione” e allo sforzo di dare sempre tutto.
Buona festa di San Giuseppe Cottolengo!!

Fr Beppe Gaido

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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