Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 31 maggio 2017

Kiende, una mamma come tante

Sta correndo disperata con il suo pesante fardello avvolto in un una copertina. Corre ed ansima, come se un esercito di facinorosi la stesse inseguendo. 
Si muove a piedi nudi; talvolta scivola e quasi cade; entra senza timore nelle grandi pozzanghere causate dalle abbondanti precipitazioni degli ultimi giorni. 
Silenziosamente le lacrime le scendono copiose sulle giovani gote.
Appena giunta all’ospedale si mette a gridare disperata e ci affida il suo dolore. Accorriamo in molti per vedere cosa stia succedendo. 
Lei apre il fagotto ed appare una bambina di circa un anno. E’ in preda a convulsioni continue, che la scuotono soprattutto nella parte sinistra del corpo. 
Le metto una mano sul pancino: e’ rovente! Tiro giu’ un po’ le palpebre inferiori e mi rendo conto che la piccola e’ terribilmente anemica.
“Facciamo del valium per retto, per fermare gli attacchi comiziali.
Diamole della tachipirina per abbassarre la febbre. Poniamo delle spugne bagnate sul suo corpicino, per accelerare la defervescenza.
Testiamo la malaria e l’emoglobina. Chiamate Jesse per la vena”.
“Kiende, non abbiamo sangue in emoteca e la tua figlioletta ne ha un bisogno estremo. Nessuno di noi puo’ donare perche’ lo abbiamo fatto la settimana scorsa. C’e’ qualche parente per strada? Qualcuno potra’ dare sangue nelle prossime ore?”
“Non c’e’ nessuno a casa, ma posso donare io stessa”.


“Mugambi, prendi un po’ di sangue dal paziente e dalla madre e vediamo se sono compatibili”.
Il laboratorista buca immediatamente il polpastrello della bimba che ora non ha piu’ convulsioni, anche se presenta un respiro terribile, simile al suono di una locomotiva a vapore:
“Zero positivo per entrambi. Procedo con lo screening e le prove crociate”
“Il bimbo ha alta densita’ di malaria. Ci sono trofozoiti e gametociti di plasmodium falciparum”
“Jesse, come va con la vena?”
“Penso di esserci con la giugulare… gli altri vasi erano gia’ tutti collassati!”
“Bene, mettiamo su il chinino e poi, quando il sangue sara’ pronto, trasfonderemo in seconda via”.
Ma le cose precipitano rapidamente mentre la Kiende e’ sulla barella, e Mugambi le sta prelevando il sangue da donare alla figlia.
Ancora convulsioni. Il respiro si fa sempre piu’ difficile. Una schiuma inquietante appare alla bocca ed alle narici della bimba. Poi, ecco improvviso un conato di vomito che porta alla luce del materiale color caffe’.
Jesse scatta come un felino: “aspiratore ed ambu… massaggiamo… c’e’ attivita’ cardiaca?... aspiriamo ancora… adrenalina… cortisone… zantac… ossigeno… Per favore, fate in fretta”.
La mamma e’ sdraiata sul lettino a pochi metri da noi. Sta in silenzio; ci guarda e non ritira il braccio da cui continua a scendere il sangue nella sacca che probabilmente non potremo usare per la sua creatura.
In un attimo la stanza in cui operiamo si trasforma in un grande caos, in cui tutti corrono; danno o ricevono ordini; si agitano fino allo spasimo.
Ma il destino della bambina e’ segnato… e Kiende, col suo sesto senso di madre, lo ha gia’ compreso. 
Mugambi ha staccato l’ago, ed esce con la sacca piena. La mamma si gira sul fianco, si copre la testa e piange silenziosamente. Mi volto di tanto in tanto ed osservo i suoi singhiozzi che muovono il suo addome in modo ritmico.
“Jesse, basta con la rianimazione. Non c’e’ attivita’ cardiaca: stai pompando aria in un morto”.
“No, continuiamo! Inietta adrenalina intracardiaca”
“Okay, Jesse, ecco fatto… ma le pupille sono gia’ dilatate e fisse!”
Ci vogliono altri 10 minuti prima che il nostro anestesista si arrenda. Come al solito, a questo punto non sa piu’ cosa dire, e se ne va in un’altra camera a lavare il suo ambu, boffonchiando qualcosa e scuotendo la testa.
C’e’ quindi l’usuale momento di gelo, in cui tutti si guardano e non hanno il coraggio di andare dalla madre.
Ci vado io, come sempre. Le metto una mano sulle spalle senza dire una parola.
“Se n’e’ andata?”
“Si’, purtroppo… se puoi, fatti coraggio!”
Kiende non risponde, ma nemmeno rifiuta la mia carezza sulla spalla: vorrei prendere su di me un po’ del peso terribile che le e’ piombato addosso all’improvviso. Lei piange per vari minuti ed il suo lamento mi ricorda una nenia del Medio Oriente.
“Vuoi vedere la tua bambina prima che la portiamo in obitorio?”
“No! desidero andare a casa subito. Prima pero’ voglio sapere che cosa ne farai del mio sangue”.
“Non ti faccio pagare niente per le medicine che abbiamo usato fino ad ora per tentare di salvare la tua bambina, ma tu mi devi permettere di tenere il tuo sangue in ospedale, e di usarlo poi per qualcuno che ne avra’ bisogno”.
“Non me lo puoi infondere nuovamente?”
“Non credo che abbia molto senso. In pochi giorni ti rifarai tutto il sangue di cui hai bisogno. Lasciami salvare qualche vita con la sacca che ti abbiamo prelevato.”
“OK – ha detto sottovoce tra i singhiozzi – ma usalo per un bimbo piccolo come la mia amata Mwendwa che ora e’ volata via”.
“Te lo prometto; anzi il tuo sangue sara’ sufficiente per due bimbi”.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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