Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

domenica 11 giugno 2017

Non come un cane!

Domenica campale soprattutto in maternita'.
Oggi non abbiamo staccato neppure un minuto, perche' i cesarei sono arrivati a raffica e non ci hanno permesso nemmeno di finire la lista operatoria che ci eravamo proposti.
Sono stanco, anche perche' ieri notte ci sono state due emergenze, entrambe poi finite bene con un parto assistito da forcipe.
Ed e' proprio uno di questi momenti notturni in maternita' che stasera desidero condividere con i lettori.
Avevo appena finito con un forcipe. Mi sentivo ancora tutto tremante, come sempre mi capita con questa procedura mai simpatica. Ero comunque contento perche' avevo aiutato a nascere una bambinona forte e sana, dal peso di circa 4 chilogrammi.
Carol stava suturando l'episiotomia di quella mamma; sulla seconda barella c'era un'altra donna ormai in secondo stadio di travaglio, mentre nella terza giaceva una puerpera con una placenta ritenuta.
Proprio mentre mi dirigo verso quest'ultima paziente che sicuramente necessita di rimozione manuale, si precipita in sala parto un'altra paziente in preda a doglie fortissime. Non ho tempo neppure di dirle di attendere e di darmi il tempo per recuperare una barella volante, che lei si sdraia per terra pesantemente: non puo' piu' attendere; la sua ora e' giunta. Carol sta ancora suturando. Nessuna delle altre due donne puo' alzarsi dalla barella per far posto alla nuova venuta. Non posso lasciar sola questa donna che ora spinge forsennatamente: posso solo chiedere aiuto a Josphine che corre immediatamente, lasciando da parte gli altri lavori in cui era impegnata.


Passano pochissimi minuti e gia' abbiamo tra le mani un bel maschietto che piange sonoramente.
Facciamo tutto per terra: clampiamo il cordone; estraiamo la placenta; controlliamo che tutto vada bene per questa mammina.
Sul pavimento c'e' anche poca luce, ma di notte normalmente giro con la torcia frontale che mi permette di eseguire le manovre richieste con disinvoltura, anche se nella penombra.
Solo quando tutto e' finito invitiamo la donna a sdraiarsi sulla barella che Josphine ha poi finalmente portato.
Nel frattempo partorisce anche la signora che e' sulla seconda barella. Carol ha appena finito con l'episiotomia e si precipita da lei.
Io e Josphine invece lasciamo la nostra paziente sulla barella volante e ci dirigiamo dalla poveretta che ha la placenta ritenuta.
E' passata la mezzanotte quando vado finalmente a letto; ripenso alla congestione in sala parto, al caos a cui ho assistito poco prima. Mi si stringe il cuore pensando che per Carol sara' cosi' fino al mattino seguente...non avra' un attimo di respiro.
Mi torna poi in mente la scena di quel parto sul pavimento...abbiamo appena avuto il tempo di metterle sotto la schiena dei teli verdi sterili; nessun materasso, nessun confort.
"Ha partorito per terra come i cani", e' il pensiero che mi frulla in testa e non mi fa dormire; ma poi mi calmo e cerco di prendere sonno: "ha partorito per terra, ma non come i cani, perche' al suo fianco c'eravamo io e Josphine, inginocchiati sul pavimento per servirla al meglio consentito nella condizione di emergenza che stiamo attraversando".

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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