Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 10 luglio 2017

Ireen è tornata a casa

Ciao, mi chiamo Ireen, e oggi sono tornata a casa dopo molti mesi passati in ospedale a Chaaria. Non mi sembra vero! Soprattutto quasi non riesco a crederci che ci vado con le mie gambe. Sono una bambina di 8 anni.
Ero stata colpita da una malattia strana che non mi ha causato nessun particolare dolore, ma poco alla volta mi ha completamente paralizzata: le mie gambe all’inizio sono diventate pesanti; poi ho cominciato a non sentire piu’ il contatto. 
Era come se fossero sotto anestesia. Quindi sono diventata sempre piu’ debole: prima ho smesso di correre, poi anche il camminare e’ diventato difficile, fino al giorno in cui le mie gambe sono come morte ed io mi sono ritrovata immobile dalla cintura in giu’.
Mi facevo la pipi’ e la popo addosso perche’ non avevo il controllo di niente: era come se, dall’ombelico in poi fino al dito mignolo del piede, non mi appartenessi piu’. Le mie gambe erano flaccide, ed i miei muscoli quasi spariti.
Mi hanno portata qui a Chaaria, dove mi hanno fatto la diagnosi: avevo una TBC della colonna vertebrale, e questo provocava una compressione sul mio midollo spinale con conseguente paralisi. 


Hanno iniziato a darmi tante pastiglie che mi facevano fare la pipi’ rossa. All’inizio mi sono proprio spaventata, ma poi mi hanno spiegato che era la medicina... meno male! Pensavo che avessi anche cominciato a urinare sangue!
Mi hanno quindi indirizzata alla fisioterapia dove mi praticavano tanti esercizi passivi (cioe’ muovevano loro le mie gambine perche’ io non sapevo neanche di averle), e mi applicavano delle strane correnti elettriche alternate alla luce rossa di una lampada. 
Sono andata in fisio per mesi senza vedere il benche’ minimo miglioramento. La mia fortuna e’ che sono una bimba solare, per cui io non ho mai pianto: ero contenta perche’ nel reparto ero con altri bambini con cui potevo giocare e scherzare, anche se io ero sempre seduta in carrozzella.
Quasi sempre trovavo un compagno di giochi che mi spingeva sulla sedia a rotelle a velocita’ folle, facendo lo slalom tra gli altri malati...
e poi “tagliavo” la scuola, vantaggio non da poco, devo ammettere.
Il momento che mi entusiasmava di piu’ era la messa della domenica. Io ero seduta sulla mia “sedia di lilla’”, ma gioivo nell’ascoltare i canti ed il ritmo dei tamburi e della kayamba. Mi piacevano tanto anche i volontari italiani che spesso mi facevano dei piccoli regali, come per esempio un guanto chirurgico gonfiato come un palloncino e disegnato a forma di testa di gallo.
Poi un giorno Martin ha deciso di provare a mettermi in piedi, ma le mie ginocchia erano flaccide, e proprio non ci riuscivo. Lui pero’ non si arrendeva: mi ha messo delle docce di ferro che mi hanno provocato dei dolori lancinanti. 
Dovevo tenerle di giorno e di notte, ma a me facevano troppo male: durante il giorno non potevo mica piangere tanto, perche’ Martin mi sgridava...allora mi trattenevo fino alla sera, e poi, quando vedevo Beppe venire a fare il giro, mi mettevo a piangere disperata. 
Lo so che Beppe e’ un tenerone. Proprio non ce la fa a vedere i bimbi in lacrime... inoltre lo so che lui ha un debole per me: mi dice sempre che ho un sorriso splendido. Allora, attirato
dai miei piagnistei, lui veniva e, dopo un momento di indecisione, mi toglieva le docce, nonostante le rimostranze delle infermiere che ripetevano: “Martin non vuole assolutamente”.
“ Non posso mica lasciare una bambina in queste condizioni!” era la
sua risposta.
Pero’ il nostro fisioterapista si e’ insospettito della tacita alleanza tra me e Beppe, e mi ha messo il gesso ad entrambe le gambe.
Anche li’ urla a non finire , ma stavolta anche il medico non poteva piu’ fare nulla e mi dava solo antidolorifici.
Pero’ devo dire che la testardaggine di Martin l’ha davvero vinta sulla mia riluttanza di bambina piccola: piano piano mi ha messa in piedi, ed io ho reimparato a camminare, anche se con l’uso delle stampelle.
Al mattino c’era sempre una gara tra me ed altri pazienti della fisio, alcuni con bastoni e supporti vari, altri con il girello, altri con le carrozzine. Il pezzo piu’ difficile da superare era la salita lungo lo scivolo che conduce alla palestra.
Ora Martin mi ha tolto un gesso. Vado a casa con le mie gambe, di cui solo piu’ una e’ contenuta nel gambaletto bianco dell’ingessatura.
Sono stata qui a Chaaria da novembre fino ad oggi, e mi sono sentita veramente a casa mia. Ora ritorno da miei genitori adottivi: ah, credo che non ve lo avessi ancora detto che sono orfana, ma la famiglia che mi ha accolta mi vuole veramente bene... sono davvero contenta di andare via con il mio papi. Volevo salutare Beppe, ma lui e’ sempre in sala operatoria... come si fa a vederlo quello li’. Pazienza, lo incontrero’ quando verro’ alle visite di controllo.
Ora cerco di inerpicarmi su “sto benedetto” matatu... e’ ancora troppo difficile per me: “Baba, per favore prendimi in braccio e mettimi vicino al finestrino: sono molti mesi che non guardo oltre la rete che recinta l’ospedale. Non vedo l’ora di incontrare anche la mia mami”.

Ireen e Beppe


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