venerdì 30 maggio 2008

Servire con un cuore di madre


Carissimi amici del blog,

vi invio una mia meditazione, una condivisione del cuore. Non parla esplicitamente di Chaaria, del Kenya o dell’Africa, ma indirettamente lo fa, perché vi aiuta ad intuire le motivazioni di fondo che ogni giorno cerco per andare avanti, per non scoraggiarmi, per crescere in una maggiore dedizione che non sia solo lavorare tanto, ma anche una ricerca costante di qualità nell’accostamento dei poveri che vogliamo aiutare…
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Se veramente il Cottolengo non ha letto nulla di San Camillo de Lellis, allora bisogna ammettere che i Santi sono tra loro collegati da un filo invisibile, che li rende continuatori nei secoli di un pensiero forte che ha origine dallo Spirito Santo e che deve continuare a svilupparsi finchè arriveremo alla fine del tempo, quando Cristo sarà tutto in tutti.
Leggendo San Camillo, mi sembra di ascoltare il Cottolengo: il fatto che tre secoli li separino non li rende per nulla diversi. Affrontano situazioni simili, ed offrono soluzioni direi sovrapponibili.
La cosa più bella per me è riconoscere che entrambi parlano lo stesso linguaggio, insistono sulle medesime idee forza, che sono poi quelle che guidano la mia vita anche oggi.
La stessa impressione l’avevo avuta precedentemente leggendo gli scritti di Madre Teresa di Calcutta, che non cita mai il nostro santo ma esprime la stessa teologia del servizio. Ci sono alcune idee forza che ritornano insistentemente nei due Santi, e che toccano le corde più intime del mio cuore, facendolo vibrare, e spronandomi a continuare con impegno il mio cammino alla ricerca di una “spiritualità del servizio”, che sia un po’ meno “parolaia” e ipocrita, ed un po’ più fattiva. Ve le espongo, senza presunzione di esaustività, e soprattutto con la convinzione che io per primo non so metterle in pratica.
Ciò che sempre mi colpisce, leggendo San Camillo, è l’insistenza sul fatto che dobbiamo servire i poveri con la dolcezza “di tenera madre verso il figlio unico”. Lo trovo bellissimo. Camillo ci vuole madri tenere e completamente donate.
Credo che dobbiamo tutti imparare la tenerezza di una mamma, quando serviamo le persone che soffrono. Essi hanno bisogno della nostra delicatezza, delle nostre carezze, delle nostre attenzioni, non meno che delle nostre medicine o dei nostri interventi chirurgici.
Essere mamme per i pazienti vuole anche dire che quando siamo con loro, essi sono il nostro unico interesse ed il centro di tutte le nostre attenzioni. In essi vediamo il nostro baricentro e la nostra “stella polare” da cui nulla ci deve distrarre. Di Camillo si diceva che, quando “imboccava” un malato incapace di nutrirsi da solo, tutto il suo mondo era in quelle azioni ripetute con amore e dedizione, perchè nel malato egli vedeva Gesù, il Signore e padrone delle nostre vite.
Nella vita di San Camillo ed in quella del Cottolengo ci sono molti episodi simili che diventano sottolineature esistenziali a questo difficile ideale: mi ha particolarmente colpito il quadretto di San Camillo che, mentre sta imboccando un malato con la massima devozione, viene chiamato a colloquio dal Superiore Generale dell’ospedale Santo Spirito. Camillo non ha dubbi di sorta e manda a dire al porporato: “mi scusi, Monsignore, ma devo prima finire di nutrire questo mio Signore e Padrone”. La similitudine con l’episodio di Doro nella vita del Cottolengo è quanto meno affascinante: il nostro Santo stava giocando a bocce con un handicappato mentale gravissimo, e viene informato che in portineria un Vescovo desidera vederlo. Il Cottolengo non si scompone: “Dite a sua Eccellenza di aspettare che la partita finisca. Non vorrei mai che questo gentiluomo si offendesse”.
C’è poi il continuo ripetere di San Camillo ai suoi compagni: “questi vermi, queste piaghe così puzzolente sono i nostri tesori, sono la nostra via per andare in Paradiso, sono la nostra liturgia quotidiana... non sono i malati che puzzano; è il peccato che puzza. I malati sono le nostre delizie; essi sono il nostro Signore Gesù Cristo in persona”. In sintonia con il principio appena esposto, c’è la stupenda definizione che Camillo ha della preghiera: “I nostri mattutini e le nostre ore canoniche sono l’assistere e vigilare così di notte come di giorno negli ospedali”, ed il Cottolengo, che senza conoscere il de Lellis, ci insegna: “La vera devozione della Piccola Casa è recitare le orazioni comuni e poi impegnarsi corpo ed anima al servizio dei più poveri... non fatevi chiamare due volte, ma siate come sulle ali della carità per volare al servizio dei nostri malati”.
Nei due Santi anche la fede nella Divina Provvidenza è molto simile, ed episodi gustosi possono essere citati dalla vita di entrambi. Tutti sappiamo di quel giorno in cui la suora della cucina dice al Cottolengo che non c’era farina per cucinare, ed il santo insiste di far bollire l’acqua perchè a tempo debito il Signore avrebbe provveduto; oppure di quel giorno in cui il cantiniere dice che non c’era più vino e quindi sarebbe stato opportuno togliere la razione quotidiana ai sani per lasciarne una quantità sufficiente per i malati. In entrambi i casi il nostro fondatore invitava ad aver fede, ed infatti all’ultimo momento arrivava un carro colmo di quanto era necessario, o veniva trovata un’offerta nella cassetta delle elemosine che fino a qualche momento prima era stata completamente vuota.
Ecco quanto ho trovato nella vita di San Camillo de Lellis: “Un giorno, all’ora di pranzo, Padre Positani fa notare al Generale, che è lì in visita, che sulla tavola non c’è nemmeno il pane.
- Cosa devo fare?
- Quando è l’ora fate suonare la campanella e mettetevi a tavola, perché Dio provvederà – è la risposta di Camillo.
- Quando i Religiosi entrano in refettorio, lanciano un’occhiata mesta sulla tavola alla vana ricerca di un pezzo di pane. In quel momento qualcuno suona alla porta. Si va ad aprire. La vice-regina manda pane in abbondanza ed altre vivande. Camillo, quel giorno, non ha bisogno di preparare troppo la predica. Argomento obbligato: la Provvidenza di Dio.” (cfr A. Pronzato. Un cuore per il malato. Gribaudi. Pag 347).

Sono poi profondamente affascinato anche da un altro aspetto che potrei chiamare: il chiodo fisso. Entrambi i Santi ne hanno uno, che seguono con costanza tutta la vita.
Camillo de Lellis lo chiama “pensiero-seme”, mentre il Cottolengo ci dice di avere sempre “una cosa in mente”.
Entrambi hanno una intuizione, che poi seguono costantemente e al di là di tutte le difficoltà: è la chiamata alla carità che diventa il perno, la stella polare della loro vita, anche se nessuno dei due sa bene dove questo chiodo fisso li avrebbe portati. Per Camillo ci sono state sofferenze inimmaginabili: la sua intuizione e l’intenzione di fondare una comunità di “Ministri degli Infermi” stata bocciata dal padre spirituale San Filippo Neri, che addirittura ha dato le dimissioni da suo confessore. Molti in Vaticano lo criticavano, ma lui andava avanti come un bulldozer. Addirittura è stato sconfessato dai suoi figli sul suo modo di intendere il servizio, ed ha dovuto rinunciare alla carica di Superiore Generale quando era ancora in vita. Lo consideravano un testone, un illetterato ed un disobbediente, ma lui ha chiaro in mente il fatto che è al pensiero-seme che deve obbedienza. Anche per il Cottolengo è stato spesso difficile: l’opposizione dei Canonici ai suoi piani riguardanti la Volta Rossa. La chiusura della medesima, quando a Torino imperversava il colera, l’inchiesta ministeriale riguardante i debiti della Piccola Casa. A chi gli chiedeva spiegazioni per quanto stava facendo, il nostro santo non sapeva rispondere altro che: “ seguo le ispirazioni della Divina Provvidenza”.
Camillo veniva definito una “testa ferrata”, ossia un testardo: pure in questo mi sento molto ispirato, e credo che dobbiamo anche noi avere il coraggio della cocciutaggine.
Spesso i nostri tentativi di fare il bene vengono accolti da opposizione, critica, gelosia ed anche calunnia; la tentazione dello scoraggiamento e del “non far più niente” sono sempre in agguato, come un leone accovacciato alla porta del nostro cuore.
Camillo, quando veniva accusato di disobbedienza, rispondeva che lui doveva seguire il pensiero donatogli da Dio… ed il Cottolengo, quando accusato ingiustamente ed anche malmenato fisicamente ripeteva: “ Coraggio, ai Santi ne hanno dette di peggio”.
Avere un chiodo fisso costituito dalla carità senza limiti è senz’altro un grande dono di Dio a cui anche io aspiro, guardando a questi due motori trainanti e modelli ispiratori.
Anche io cerco la stella polare, il sole attorno a cui far girare tutta la mia vita: anche a me pare che la dedizione totale al Signore, servito e contemplato nel povero sia la strada che Dio ha preparato per me come progetto di vita sempre in divenire.
Un’ultima suggestione mi viene dal fatto che Camillo nella sua maturità abbia deciso di non dormire più in comunità, ma in una stanzetta adiacente al reparto nell’ospedale Santo Spirito. Anche il Cottolengo, durante l’ultima epidemia di tifo petecchiale, dormiva su una sedia sempre pronto alle chiamate notturne: l’ideale dell’immersone totale con i poveri. Lo so che umanamente non è possibile, se non per gente speciale come loro. Lo so che abbiamo anche bisogno della comunità, però che impressione!!! Essere con Gesù presente nel povero che chiama, per 24 ore al giorno. Ricordo quando a Torino dormivo con i Buoni Figli (= handicappati mentali gravi, nel gergo cottolenghino), in quanto non c’era assistenza notturna: che esperienza dura, soprattutto per chi come me ha il sonno molto leggero; ma che bello pensare di essere sempre lì, a loro completa disposizione, di giorno e di notte.
Questi miei piccoli cenni sono come una condivisione di anima: sono attratto da questi ideali, e nello stesso tempo me ne sento così lontano. Credo comunque che valga la pena di provare anche noi, almeno per quel tanto che le nostre forze ci consentiranno di raggiungere. Forse non saremo mai come il Cottolengo o Camillo, ma “il Signore guarda all’intenzione” e allo sforzo di dare sempre tutto.
Il fatto che San Camillo, il Cottolengo, Madre Teresa parlino lo stesso linguaggio della carità, pur senza conoscersi, è per noi molto incoraggiante: ci dice che la “Buona Notizia” della carità è in grado di cambiare la vita di un discepolo, sia nel sedicesimo, come nel diciannovesimo, come nel ventesimo secolo. Chissà se per me il Vangelo della carità vissuta fino al sacrificio della vita, ha ancora un senso ed un valore oggi!
Gli esempi che ho citato sono comunque un grandissimo incoraggiamento: mi dicono che le parole di Gesù sono vere. Veramente Lui è con noi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi.
Ciao. Fr Beppe Gaido
Chaaria/Bruxelles 28/05/08

PS: Partirò per Roma domenica mattina. Il mio io numero telefonico è
+39 338 3940303.


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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