venerdì 13 giugno 2008

Lettera per i Fisioterapisti

Carissimi amici fisioterapisti

già da tempo si parla della missione del Cottolengo a Chaaria e del servizio che viene svolto nel nostro ospedaletto.
Desidero, con queste poche righe, riflettere sul significato del servizio riabilitativo all’interno dell'ospedale qui a Chaaria.
Il servizio di fisioterapia è relativamente giovane, è infatti iniziato solo da qualche mese per l’assistenza ed il recupero di pazienti adulti portatori di handicap neurologici. Lentamente si è ingrandito con la presenza sempre più frequente di bambini, ancora in tenera età, colpiti da Paralisi Cerebrale Infantile o da altre patologie dell’età neuro-evolutiva.
La fisioterapia, intesa come intervento di recupero, è praticamente nuova nella cultura locale e, proprio per questo, necessita di tempo prima di entrare in questa mentalità, in cui il concetto di malattia e il concetto di cura hanno una connotazione molto diversa e complessa rispetto alla visione dei Paesi Europei. La persona portatrice di disabilità spesso è stata esclusa dalla possibilità di cura, precludendone il recupero e il reinserimento nel tessuto sociale del posto.

Attualmente nel nostro ospedale non è presente un vero e proprio reparto per la degenza di pazienti che necessitano di riabilitazione, per cui non è sempre possibile ospitare pazienti per tempi lunghi.
Una delle difficoltà che spesso rende difficile realizzare un programma di riabilitazione per i bambini è legato al fatto che, per molte mamme, la lontananza degli altri figli, ancora piccoli, crea dei problemi e la permanenza in ospedale con un figlio disabile per un lungo periodo accentua i problemi già esistenti. Nonostante questo, la presenza sempre più frequente di bambini portatori di handicap sta diventando una realtà nel nostro piccolo ospedaletto.
Le aspettative delle mamme sono alte, ma purtroppo le possibilità di recupero in molti casi sono ridotte al minimo.
Molti dei bambini seguiti sono portatori di gravi ritardi mentali, associati a gravissime compromissioni fisiche e richiedono trattamenti impegnativi e lunghi.
Il primo trattamento riabilitativo è mirato a far accettare alla mamma la realtà di un bambino handicappato. Nella cultura locale un figlio handicappato è una maledizione con conseguente abbandono e isolamento del bambino stesso. Lo stesso operatore si scontra spesso con questa mentalità e lui stesso sperimenta scoraggiamenti e delusioni.
Mi sono reso conto che il raggiungimento della “perfezione del movimento” è pura utopia, è un traguardo praticamente impossibile da raggiungere.
So che dicendo questo non assecondo il modo di pensare di chi lavora nel campo della riabilitazione, ma, come in tutti i casi, è fondamentale tenere sempre presente il contesto in cui si opera, la scarsità di mezzi, di strutture, la povertà della popolazione, la precarietà del servizio, le condizioni cliniche aggravate da una educazione sanitaria scarsa, ecc..
In alcuni casi non è poi così limitante se il ginocchio nella deambulazione non raggiunge la completa estensione, non è poi così limitante se il piede, nella fase di appoggio, è leggermente supinato, come non è così limitante se le dita della mano non hanno una flessione completa.
Quello che conta è che la persona riesca a muoversi, riesca ad essere, nel limite del possibile, autosufficiente e non dipendere da altri.
E’ importante che la persona si muova per andare nei campi, è importante che riesca a tenere in mano la “panga” (macete locale) per piantare le sementi. E’ importante che vada a scuola; insomma, quello che conta è che si muova. La sopravvivenza di questa gente è legata a quello che il campo dà, se coltivato; molti di loro camminano per ore percorrendo molti Kilometri per riuscire a piantare un po’ di fagioli e di granoturco.
Se questo è il problema dell’adulto, per la mamma che ha un bambino cerebroleso il discorso è ancora più grave ed impegnativo. E’ importante far capire alla mamma che, sebbene il figlio sia handicappato, è sempre suo figlio, va accettato così e, proprio perché ha problemi, va amato di più.
Come è facile sentirsi chiedere: “Quando camminerà?”, è altrettanto difficile dire alla mamma che quello che possiamo fare è offrirle un rimedio semplice come una sedia per il bambino e niente più. Sì, è vero, sembra poco, ma è anche vero che per queste mamme vuol dire non lasciare più il bambino per terra su un sacco di granoturco o su delle foglie di banane.

Concludendo penso di aver dato una piccola illustrazione del servizio di riabilitazione svolto qui nel nostro piccolo ospedaletto.
Mi sembra bello ed onesto stare dalla parte di chi soffre, di chi è povero, di chi si aspetta tanto dalla fisioterapia e di chi lotta per migliorare la sua situazione, ricercando maggior autonomia e quindi spazi di vita più umana.
Il fisioterapista che saprà accostarsi alla persona nel bisogno con tanta umiltà ed adattamento senza pretendere la “perfezione” avrà tutte le premesse per poter fare una bella esperienza di servizio con i Poveri.
Se mi è permesso esprimere un mio povero parere, direi che i fisioterapisti con preparazione “Bobath” saranno quelli che potranno esprimersi maggiormente, essendo la maggior parte dei disabili da trattare, bambini con esiti di Paralisi Cerebrale Infantile.
Auguro a tutti voi un buon proseguimento in tutte le attività della vostra vita.

Fratel Lorenzo


1 commento:

Anonimo ha detto...

E' bello vedere che al mondo esistono persone come voi..E' ammirevole quello che fate..mettete la vostra vita a disposizione degli altri. Vorrei fare lo stesso..ma la paura di non essere all'altezza vince sul mio desiderio di partire. Ho visto che esiste anche un reparto di fisioterapia...io sono una fisioterapista.
Passerei volentieri un periodo con voi... Buon Natale


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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