Sono quasi le 2 del pomeriggio e non ce la faccio piu’. Ho fame e quindi decido che e’ ora di pranzare. I volontari se ne sono andati gia’ da piu’ di un’ora e quindi mi aspetto di mangiare da solo. Il generatore continua a girare, e siccome non c’e’ nulla in sala operatoria, decido di spegnerlo per almeno tre quarti d’ora. Mentre mi avvio verso il pannello di controllo del nostro gruppo autogeno, vedo con sorpresa un drappello di giovani uomini che si abbarbicano alla nostra rete di recinzione e ridacchiano, dandosi gomitate compiaciute. Mi basta fare ancora qualche passo per rendemi conto della ragione: una volontaria italiana e’ sdraiata sull’erba e sta prendendo il sole. Non vedo nulla di osceno: ha la gonna, mentre veste solo il top di un bikini anni 60. Quindi per un Italiano come me una scena del tutto normale, che per queste latitudini gia’ e’ diventata occasione di scurrile giovialita’ da parte dei passanti.
Mi fermo e cerco di parlare con Anita: “Forse e’ meglio che ti metta una maglietta quando prendi il sole”. Lei pero’ reagisce indispettita: “ma che male ho fatto! Non mi sono affatto esposta al di la’ di quello che e’ normale quando la gente tenta di prendersi la tintarella”. “E’ verissimo per l’Italia – insisto io – ma qui la gente ha mentalita’ diverse”. Anita pero’ diventa agguerrita, mentre in modo brusco si mette la maglia e rivolge lo sguardo ai bulli, che ancora si divertono al di la’ della rete: “io pero’ ho visto donne con il seno completamente nudo; altre allattavano tranquillamente anche durante la messa”. Anche questo e’ vero, ma tu sei una Bianca poco vestita che si sdraia per terra, e questo per loro e’ strano e insolito; sforzati di capire… Dopo tutto, tu stessa mi hai raccontato che sei stata in Iran, e che prima di scendere all’aeroporto di Teheran, hai dovuto indossare il velo per coprirti i capelli”.
Non so se ha capito il mio messaggio. So solo che si e’ alzata, ha preso l’asciugamano e si e’ ritirata in camera sua. Forse ha pensato che io sia un oscurantista antiquato. Meglio non rimuginarci ora, e spegnere il generatore. Questo incidente pero’ mi ha fatto riflettere sulle diversita’ culturali, e sul sottile pericolo che noi Bianchi corriamo di sentirci superiori, e di pensare che il nostro modo di vedere le cose sia sempre l’unico, o almeno il migliore. Quanto lavorio interiore e’ necessario per inculturarsi e cercare di comprendere almeno lontanamente quello che pensano le persone che cerchiamo di aiutare. Per esempio il senso del pudore. Credo che sia in qualche modo una caratteristica innata nella natura umana, ma sicuramente si esprime in maniera completamente diversa a seconda della cultura in cui ti trovi. Pensiamo agli Indios della foresta amazzonica paragonati ad un Paese di stretta osservanza islamica. Oppure semplicemente pensiamo alla nostra societa’ pornografica, dove anche un messaggio pubblicitario per l’acqua minerale ha bisogno di una donna nuda, e ad una Nazione molto tradizionalista come il Kenya, dove addirittura fa tabu’ la gonna sopra il ginocchio. Anche qui a Chaaria comunque e’ difficile tracciare delle idee generali su cosa sia il pudore. E’ un elemento che varia moltissimo, per esempio tra maschi e femmine, tra etnie differenti, e non da ultimo tra diverse religioni. Generalmente parlando mi pare che la donna del Meru abbia un rapporto molto positivo con il proprio corpo. Non si espone inutilmente, ma non ha problemi a farlo, per esempio per nutrire un lattante, o per farsi visitare da un medico di sesso opposto. Nessuna donna Meru penserebbe di mandare fuori dalla sala parto un dottore maschio. Lo stesso posso dire delle pazienti che provengono da tribu’ piu’ primitive e nomadi, soprattutto se di religione animista. Anche normalmente si vestono abbastanza poco, perche’ le loro terre sono desertiche e torride, e non pongono alcuna resistenza di fronte alla necessita’ di essere visitate. La situazione e’ invece completamente diversa con le donne che provengono da popolazioni a prevalenza musulmana: esse sono spesso molto bloccate, ed a volte non si riesce assolutamente a visitarle. Devono essere viste sempre in presenza del marito, a cui chiedono il permesso per esporre anche la minima parte del corpo: per esempio togliersi il chador. A volte si arriva con loro a situazioni surreali in cui per esempio si deve fare una eco dell’addome per vedere se la gravidanza e’ vitale oppure no, ma c’e’ la proibizione del marito a far vedere la pancia al dottore. Quando una musulmana deve partorire, dobbiamo spesso fare in modo che lo staff sia del tutto femminile. Devo comunque registrare che anche tra gli Islamici, si possono trovare donne molto libere, soprattutto se hanno avuto la fortuna di poter studiare fino alle superiori. Gli uomini invece sono davvero molto piu’ difficili. Non accettano di essere visitati per problemi legati all’area genitale in presenza di staff di sesso femminile. Sovente ho problemi quando si tratta di interventi chirurgici urologici, in quanto l’uomo mi chiede di avere in sala operatoria soltanto personale maschile, cosa che per me e’ assolutamente impossibile, visto che tutte le strumentiste sono donne. Bisogna mediare, discutere e giungere ad un compromesso. Molti accettano alla fine di essere operati anche con staff di sesso opposto, ma alcuni firmano la cartella e lasciano l’ospedale. Un momento assolutamente tabu’ per loro e’ quello della circoncisione tradizionale: e’ cosi’ forte la repulsione per le donne durante tale momento cosi’ importante per loro, che ho dovuto organizzare turni di soli maschi per questa pratica ancora richiesta da tutti i ragazzi della nostra tribu’. Ma anche con gli uomini qualcosa si sta modificando, e, pur rimanendo piu’ rigidi rispetto alle donne, incominciano ad accettare qualunque tipo di staff, riconoscendo che si tratta della nostra professione: per esempio, quando sono arrivato a Chaaria, nessuna infermiera avrebbe fatto un cateterismo vescicale maschile. Ora in casi di emergenza, lo fanno senza troppe discussioni da parte del malato. Da un certo punto di vista la nostra e’ una societa’ “vittoriana” con tantissimi tabu’ a livello sessuale: le scollature vertiginose di certi vestiti italiani fanno problema, cosi’ come le minigonne. Parlare di sesso e’ assolutamente tabu’, e spesso anche con i pazienti bisogna fare degli stani giri di parole, se si deve chiedere qualcosa riguardante quell’area della vita. Si puo’ anche pensare che sia una cultura piena di controsensi, soprattutto se si considera il numero delle infedelta’ matrimoniali, quello altrettanto elevato di ragazze madri abbandonate al loro destino, l’incidenza delle poligamie di fatto anche tra i cattolici, le dimensioni stesse del problema AIDS. Pero’ rimane sempre vero che il punto chiave della vera inculturazione e’ quello di non giudicare la societa’ e le persone che vogliamo aiutare. Loro sono cosi’, e basta! Il perche’ non lo sanno neppure; in parte dipende dalla loro storia personale ed in parted a quella dei loro avi. Noi non siamo venuti qui per cambiarli, ma per accettarli cosi’ come sono, e per accompagnarli nel raggiungimento di condizioni di vita migliori. Questi pensieri sono frullati nella mia mente durante tutta la giornata, in cui pero’ho lavorato attentamente e con grande impegno. Non avevo piu’ incontrato Anita che probabilmente e’ un po’ arrabbiata con me, ed ha deciso di andare a fare iniezioni intramuscolo in ambulatorio. L’ho rivista verso sera, quando la coda degli esterni si era ormai esaurita: si avviava verso il cortiletto interno di fronte ai nuovi reparti. Senza pensarci troppo si era accesa una sigaretta, probabilmente per allentare un po’ la tensione che io stesso le avevo causato. L’ho guardata da lontano; avrei voluto dirle che da queste parti le donne non fumano, e che per un abitante del Meru vedere la sigaretta in bocca ad una giovane, equivale a classificarla come una “di facili costumi”… ma mi sono trattenuto. Infatti sono sicuro che questo mio secondo intervento avrebbe potuto creare nuova tensione: pazienza! Peccato pero’ che una ragazza intelligente come lei, che e’ stata anche in Paesi difficili come l’Iran, non si ponga neppure il problema. Sono comunque certo che a Teheran non si sara’ certo accesa una sigaretta per strada… non sara’ forse che questa sufficienza, che porta a fare le cose senza mai chiedersi se sono socialmente acettate o meno, nasconda una sottile forma di razzismo, cioe’ la presunzione che il nostro modo di essere e’ il migliore, e che cio’ che loro pensano in fondo non ci riguarda?
Fr Beppe Gaido
PS Oggi ho finito a mezzanotte a causa di una gravissima emorragia in sala operatoria. Dopo tre ore di agonia della paziente, le cose sembrano sotto controllo. Tutti vivi, anche se forse il chirurgo ha perso 10 anni della sua vita ed ha aumentato di qualche centinaia il numero dei capelli bianchi.
1 commento:
Parole sante!
A tutti noi terrestri (non solo a noi wazungu) riesce difficile entrare nell'ordine di idee che ci sono altri punti di vista con cui gardare le cose ed il mondo: ovviamente questo vale anche per me.... ed è per questo, credo, che noi "volontari" (sicuramente io) veniamo in Africa: per imparare ad "uscire dalla nostra soggettività".
In fondo l'eventuale cosiddetto aiuto che diamo è fugace (poche settimane) ed ingombrante (uno mzungu è molto più difficile ga "gestire" che un abitante del luogo): credo proprio che il primo servizio mio e degli altri sia proprio "imparare a capire ed accettare la diversità". O no?
ugodoc detto kiboko.
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