lunedì 4 agosto 2008

Il volontariato a Chaaria

Il volontariato a Chaaria ha ormai una lunga storia che comincia nei primi anni ’90, quando un gruppo di dentisti dava vita all’ambulatorio odontoiatrico del dispensario, mentre alcuni altri iniziavano esperienze più o meno lunghe presso i Buoni Figli.
Degna di nota è la presenza di un volontario che è rimasto con noi per tre anni, a cavallo tra il 1988 ed il 1991. Si chiamava Vittorio.
Per molti anni la disponibilità dei volontari è stata piuttosto sporadica e limitata al solo periodo estivo (soprattutto agosto).
La “rivoluzione copernicana” è avvenuta a partire dal luglio del 2000, quando è iniziata l’esperienza del volontariato su larga scala, con gruppi di persone che si sarebbero alternate durante tutto l’anno.
La nuova impostazione organizzativa del volontariato ha coinciso con il riconoscimento dell’ospedale, e con il crescere continuo del numero di pazienti e dei servizi da noi offerti.
44771497.JPG Il servizio volontario a Chaaria si è sempre più caratterizzato come “sanitario”, anche se non sono mancate le esperienze positive di varie persone rivolte ad altri settori della missione: attività educativa dai Buoni Figli, manutenzione varia, costruzione di nuove strutture edilizie, impianti elettrici, zanzariere per l’ospedale...
Nello specifico sanitario il volontariato si è diversificato molto, limitandosi inizialmente all’odontoiatria ed espandendosi successivamente ad altre specialità sia mediche che chirurgiche.
Finora i volontari infermieri sono stati i più numerosi e per un certo periodo abbiamo avuto anche allievi infermieri della scuola Cottolengo, mentre i medici purtroppo sono sempre stati in minoranza.
A Chaaria inoltre, sono state redatte otto tesi di laurea in scienze infermieristiche ed una in medicina e chirurgia.
Dopo quasi otto anni credo sia possibile tentare una semplice analisi dell’esperienza vissuta finora, parlando apertamente e liberamente degli aspetti significativi dell’esperienza.
Inizio tracciando un bilancio ampiamente positivo del volontariato internazionale a Chaaria, constatando che normalmente i volontari sono bravissime persone che si offrono cariche di entusiasmo, spirito di servizio e capacità di adattamento.
Non sono mancate però le persone che hanno creato dei problemi, persone anche brave nello svolgere il proprio lavoro ma eccessivamente critiche nei confronti dell’attività ospedaliera e del personale locale, indifferenti alla vita di comunità e alle persone che la formano; posso asserire però che si tratta di una percentuale nel complesso molto bassa.
Vorrei cominciare ad analizzare gli elementi positivi del volontariato a Chaaria, partendo dalla considerazione che dai volontari si è imparato molto, dall’ecografia ai tagli cesarei, rivelandosi così una presenza significativa e molto utile per la progressione del nostro servizio.
Le cose insegnateci sono senza dubbio una dimensione centrale, in quanto l’ospedale di Chaaria si è diversificato grazie a ciò che abbiamo appreso dai volontari.
Per alcuni questa dimensione formativa è stata piuttosto chiara, edificante e motivo di gioia nel constatare che dopo il loro passaggio qualcosa di nuovo stava cominciando.
Il volontario è inoltre un portatore di freschezza ed entusiasmo nella continuazione del nostro lavoro. Troppo spesso la routine ci può rendere cinici, incapaci di condividere fino in fondo il dolore altrui. Diventiamo freddi, come paralizzati nei sentimenti dal contatto troppo continuo con la sofferenza e con la morte.
Corriamo il rischio di voler dare a tutti lo stesso livello di attenzione, perchè abbiamo paura di coinvolgerci troppo con alcune persone che poi dovremo lasciare, o perchè muoiono o perchè guariscono e se ne vanno.
I volontari invece sanno dare importanza alle piccole cose: ad un sorriso, ad una delicatezza verso i pazienti...Essi diventano un silenzioso richiamo a non lasciarci travolgere dal rullo compressore del quotidiano che rischia di trasformarci in “macchine operatrici” senza sentimenti e senza vero coinvolgimento. Sanno piangere davanti ad un bimbo che muore di malaria o di fronte ad una piccolina che viene consumata dall’AIDS...e con queste lacrime, quasi impercettibilmente, mettono un freno al nostro continuo correre che ci porterebbe a dire: “Ma quante storie! Non c’è tempo per piangere per i morti, bisogna lavorare per chi è ancora vivo!”.
I volontari sono anche la nostra “cassa di risonanza” e molto spesso lavorano per noi in Italia più di quanto non potessero fare quando erano qui in Kenya.
Alcuni cooperano nell’apportare forze nuove per il sevizio a Chaaria; è infatti il fenomeno del “passa-parola” che ci consente di accogliere nuovi collaboratori.
Altri poi organizzano raccolte fondi, concerti, attività parrocchiali...che contribuiscono grandemente al nostro budget. Ritengo quindi opportuno sottolineare come grazie all’impegno dei volontari si sono potuti realizzare il libro “sawa sawa”, il blog, le attività di Afrikalba ed il calendario... e, senza voler adulare questa attività di raccolta fondi, credo sia giusto comunicarvi che circa il 35-40% delle nostre entrate, provengono dalle varie iniziative degli amici e dell’Associazione.
Con questi pochi richiami intendo ripetere il mio grazie a chi è già venuto, a chi verrà e a chi quotidianamente lavora per noi anche rimanendo in Italia.
Ciao. Beppe

PS: oggi giornata pesantissima, senza elettricità, con un carico di pazienti enorme (450 passaggi), con il tutto esaurito in corsia e con tre cesarei. Oggi è stato il primo giorno di lavoro per le tre nuove volontarie: Barbara (studente di Medicina), Daniela e Laura (studenti di ostetricia).
Vi saluto e poi spengo il generatore. Staremo al lume di lampada a petrolio durante la notte.
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Gianni De Rossi e le sue zanzariere...un vero capolavoro.

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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