giovedì 11 settembre 2008

A volte proprio non sò come aiutarli

11 settembre ’08: Subito dopo pranzo, dimenticandomi la piccola siesta, si comincia l’avventura dell’ambulatorio, cercando di dare il massimo di attenzione ai problemi di ognuno. Sono spesso problemi complicati, che richiedono tanta attenzione e pazienza. E’ duro soprattutto con le donne che non riescono ad avere bambini. Spesso non è possibile aiutarle, perché i loro problemi sono cronici e praticamente insolubili. Ma come fare a dirglielo? Qui l’adozione non è accettata, e meno ancora lo è tra le popolazioni di Isiolo. Il marito normalmente si considera immune da problemi dell’area sessuale, per cui è sempre la donna ad essere ritenuta responsabile di ogni tipo di infertilità.
Se la donna non riesce ad avere bambini, i casi sono due: o diventa una seconda moglie, e deve accettare che il marito abbia un’altra partner da cui avrà figli e che quindi riceverà più attenzioni; o spesso viene mandata via (sembra di essere nel Vecchio Testamento!). Tenendo poi presente le tradizioni locali per cui solo i maschi possono ereditare e la donna deve ricevere il sostentamento dal marito, si comprende come una donna ripudiata per infertilità sia in effetti una persona finita: non avrà speranze di risposarsi e non riceverà né soldi né terra o casa dal marito che l’ha ripudiata.

11 settembre ’08: L’ecografia è spietata, non c’è battito cardiaco. Il feto è morto, e la mamma sta per complicare con rottura d’utero. Mi sento malissimo. Tutto è iniziato alle 3 di questa mattina. Ero stato in sala per un cesareo dalle 2 ed ero completamente finito, visto che a letto ci ero andato verso le 23. L’infermiera mi dice che è arrivata una mamma con malaria in gravidanza a termine. Io le chiedo telegraficamente come sono le condizioni del battito cardiaco fetale. Lei mi risponde: “per adesso bene, poi non sappiamo...”. Io ci penso un po’ e poi decido di non correre in sala operatoria. Imposto una terapia con chinino in vena, e dico che avrei visitato la paziente la mattina seguente, dopo aver cercato di dormire almeno qualche ora. La mia collaboratrice acconsente... non so se condividendo appieno la mia scelta dettata soprattutto dalla stanchezza.... Un giorno qualcuno mi regalò un portacenere con una scritta: “gli errori dei medici sono sepolti sotto terra”. Mi sento male, e cerco di soffocare il senso di colpa per tentare di salvare almeno la mamma: dobbiamo usare il forcipe per tirare fuori la creatura senza vita, una femmina di quasi 4 chili. Tale manovra non è mai simpatica e la mamma complica con emorragia severa dovuta a lacerazioni interne: trasfondiamo, suturiamo, e alla fine la situazione sembra sotto controllo. La donna lascia la sala, accetta la perdita del figlio in modo stoico; non mi accusa di niente. Ma che peso sul cuore! Se avessi deciso di operarla di notte, magari quella bimba sarebbe viva. Mi sento in colpevole e desidero stare un po’ da solo.

Ciao. Beppe

PS: domattina alle 6 avremo un breve momento di preghiera vicino alla salma di Muthoni, la figlia di Monica. Poi la piccola ed i familiari partiranno per Mwea, dove ci sarà il funerale. Alcuni membri della comunità accompagneranno Monica in questo momento di estremo dolore.

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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