domenica 5 ottobre 2008

Non ho ancora un nome...


... da due giorni sono a Chaaria. Non ricordo nulla del mio passato. So solo che sono una femminuccia e che la polizia mi ha trovata nel bosco che si trova tra Meru e Kirua.
Sono stata dapprima affidata all'orfanotrofio di Nkabune, ma poi le suore mi hanno portata qui perchè sono ancora troppo piccola. Le autorità faranno indagini per trovare la mia famiglia, ma per ora la mia casa è a Chaaria. Ciao. Aspetto che Sr Oliva scelga un bel nome per me.


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KAMAU E' ANDATO IN PARADISO
Dopo lunga malattia il nostro "Buon Figlio" Kamau è tornato alla casa del Padre. Era ricoverato a Chaaria da quando è stata aperta la casa. Purtroppo non ho una foto recente. Era handicappato fisico gravissimo, oltre che debole mentale. Era tutto storto ed aveva grandi problemi respiratori da parecchio tempo. Ultimamente poi aveva continui episodi di emorragia da ulcera gastrica. L'episodio finale è avvenuto ieri: sembrava una malaria, accompagnata da una grave forma di polmonite.
Poi oggi è andato gradualmente in coma e non siamo riusciti a salvarlo nonostante i tentativi di rianimazione. Kamau è stato in carrozzina per tutta la vita. Ora è un angioletto e può finalmente volare libero in Paradiso. Per lui penso sia stata una vera liberazione.

Ciao Beppe


Ps. Oggi sono arrivati a Chaaria il Chirurgo Max e la volontaria Pinuccia (infermiera): Pinuccia sarà con noi per 6 mesi, mentre Max farà interventi fino ai primi di novembre.


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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