martedì 7 ottobre 2008

Grazie all'Ipasvi di Roma

Carissimi amici infermieri della Capitale, il mio commosso ringraziamento per aver voluto dare spazio al nostro blog sul vostro sito. Il merito è tutto di Nadia che è una di voi... e poi il merito è di voi “NURSES” in genere, che avete nel sangue il gene del “prendersi cura”, quello che il grande don Milani sintetizzava con “Il CARE”. Voi siete al momento la spina dorsale anche numerica del volontariato a Chaaria, e solo Dio sa quanto bene ci state portando.
Vi lascio con due piccole testimonianze di infermieri che hanno lasciato il segno tra di noi.

Ciao Fr Beppe Gaido



[...]
In queste poche righe cercherò di riassumere la mia esperienza di tre settimane a Chaaria nel Kenya. Premetto che raccontare ciò che ho visto è veramente difficile perché sono tante le emozioni che si provano e riportarle su di un foglio non è facile.
La prima cosa che mi ha colpito arrivando a Chaaria è stata proprio la tranquillità con cui si vive: non esiste fretta! La gente è disposta a camminare anche per 15-20 chilometri per una medicazione!!!
In una sera dei primi giorni, Fratel Beppe ci ha detto una frase che mi ha colpito molto:
“A Chaaria sono solo importanti tre cose: 1. vivere o morire, 2. essere malato o non essere malato e 3. volersi bene”… Questa frase è rimasta nella mia testa per tutte le tre settimane, durante le quali ho voluto scoprire se era veramente così!
In queste tre settimane ho fatto il lavoro dell’infermiere.
Molto bello è stato fare le medicazioni e le iniezioni gestite autonomamente da noi. In queste due mansioni mettevamo in gioco tutto ciò che abbiamo imparato a scuola compreso tutte le parole imparate in kimeru… devo dire che i loro nomi sono propri difficili da leggere e pronunciare, tant’è che ogni volta che chiamavo un paziente, tutti gli altri in sala d’aspetto ridevano allegramente… (magari anche questo è bastato per rendere meno traumatica una puntura!!!!)
Altra cosa molto interessante e coinvolgente è stata la condivisione di questi giorni con la comunità dei Fratelli e delle Suore: tutti quanti sono davvero al servizio degli altri, del malato e del povero.
È importante andare a Chaaria con un buon spirito di adattamento perché è facile trovarsi a lavorare in condizioni strane come vedere due pazienti per letto oppure ritrovarsi qualche mosca su un campo sterile appena preparato! (Beppe dice che a Chaaria le mosche sono sterili????).
È bello vedere come gli operatori locali cercano di adattarsi alla tua presenza: mi ricordo Paul, l’assistente della fisioterapia, che voleva dimostrare di sapere l’italiano. Quando ti incontrava, ti salutava dicendo: “Ciao Enrico, come stai? Io tutto bene, buon lavoro”, diceva tutto lui, allora tu lo salutavi augurandogli buon lavoro e sapendo già che appena mi rincontrava mi ridiceva la stessa cosa.
La vita a Chaaria è proprio diversa e credo sia davvero facile “andare in crisi”.
Ti accorgi della semplicità delle cose. Infatti, quando sono tornato a Torino, mi sono accorto di quanto ho a disposizione e che forse ne potrei fare a meno.
Là a volte ci si svegliava alle 6.00 per vedere l’alba, in Italia questo non l’ho mai fatto… ti rendi conto che quando le nuvole si spostano per lasciare spazio al sole sta nascendo un nuovo giorno, in cui bisognerà vivere o morire, in cui bisognerà capire se sono malato o se non sono malato, il tutto accompagnato da un grande “volersi bene”… ma come sempre senza fretta, senza stress, insomma “pole pole ”.

E.


[...]
Parecchi giorni sono ormai passati dal mio rientro in Italia, dopo aver trascorso 3 indimenticabili settimane in quel piccolo angolo di mondo immerso nel verde.. così lontano dal nostro immaginario. L’esperienza vissuta a Chaaria è stata così grande ed intensa, che non è facile sintetizzarla in poche righe. Le emozioni provate sono state tante.... cercherò di esprimere quelle più significative.
Sebbene, a fatica, sia ritornata alla mia solita vita, mi è praticamente impossibile ignorare il ricordo dell’Africa lontana. Ogni luogo scoperto, ogni persona incontrata è riuscita ad entrare così profondamente nel mio cuore da lasciarmi dentro un incancellabile segno, una forza che mi permette di vedere la realtà presente sotto una nuova luce. La luce dell’Amore e del Volersi Bene. Fuori dal tempo e dallo spazio, nel posto più vicino all’anima dell’uomo, tra lacrime e sorrisi, sconfitte e conquiste, ogni giorno è stato unico.
Laggiù, più che mai, ho avuto modo di mettermi alla pari del povero, sperimentando l’importanza del donarsi, per la sola e semplice volontà di farlo!... e solo chi ha “sperimentato” e vissuto esperienze simili, può affermare quanto questo sia arricchente!
Rivestendo il ruolo di studente infermiera mi sono inserita, pian piano, nello “sconvolgente” mondo ospedaliero di Chaaria. E sì, devo proprio ammettere che anche questo è stato un impatto alquanto “traumatizzante”... sentire, ovunque, le grida dei bambini, portati in spalla dalle loro madri, dopo giorni di cammino. La maggior parte di essi deve lottare contro la malaria: è straordinario vedere come una trasfusione rappresenti l’arma vincente!
A volte è stato davvero difficile accettare e condividere le modalità operative del personale locale: per noi può essere incomprensibile l’ipotesi di collocare due pazienti nello stesso letto!
Alquanto impressionante è notare il rapporto che quella gente ha verso i morti... come potrei mai dimenticare il giorno in cui abbiamo dovuto vestire una donna passata, ormai, all’altra vita. Noi studenti eravamo gli unici che osavamo avvicinarci e toccare quel corpo inanimato. Chi possedeva le forze abbandonava il proprio letto per dirigersi all’esterno della stanza; le rimanenti pazienti, invece, si coprivano dalla testa ai piedi, con le coperte che avevano a disposizione.
Venti giorni non sono molti, ma si sono rivelati sufficienti per farmi comprendere l’importanza del vivere e di toccare con mano la realtà africana. Non basta venirne a contatto unicamente attraverso riviste… attraverso la televisione... per conoscere pienamente l’Africa, penso sia necessario vederla con i propri occhi!
Solo così ci si rende veramente conto dell’immenso disagio che la caratterizza. E, nello stesso tempo, solo in questo modo possiamo realmente comprendere le fortune che, fin dalla nascita, possediamo in questa agiata vita.
La fortuna di avere un padre ed una madre… la fortuna di avere una casa accogliente, con acqua, luce, gas... la fortuna di avere una macchina... di possedere dei vestiti integri e puliti... la fortuna di avere un’istruzione, la sola possibilità di studiare. E’ sconvolgente pensare a come, prima di partire, sottovalutassi l’importanza di tutto questo. Eppure basterebbero almeno queste “elementari” fortune a rendere un po’ più “dignitosa” la vita di un bimbo africano!
Mi è bastato un incontro con gli street-boys... le lacrime di una mamma che piangeva il suo bambino ucciso dalla malaria... gli innocenti sguardi di alcuni bambini con il destino segnato dall’AIDS... la miseria che si manifesta così violentemente, per capire l’assurdità di tante nostre preoccupazioni, di tanti nostri problemi, il più delle volte nati da un mondo dominato dal Benessere.
Ma è stato anche bello scoprire la felicità e la gioia data dalle piccole cose, da un semplice abbraccio, da un sorriso... dal Bene che ci si può scambiare l’un l’altro, senza alcun prezzo!
In ospedale è impressionante osservare la rapidità con cui si apre il cerchio della vita e la stessa rapidità con cui si conclude. Ricordo con coraggio la prima sera in cui siamo andati a seppellire due di loro... ciò che ho provato in quel momento va al di là di ogni parola... voglio solo aggiungere e qui concludere che è stato bello affidare al Signore quelle piccole creature e presentarle come angioletti che vegliano sulla vita che continua...

AB


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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